«SYMPHONICITIES - Sting» la recensione di Rockol

Sting - SYMPHONICITIES - la recensione

Recensione del 12 lug 2010

La recensione

Ricordate le ultime, smarcanti azioni di Sting? Da quando può fregiarsi del titolo di artista Deutsche Grammophon, l’inglese di Newcastle – reunion tour dei Police a parte – s’è intelligentemente inventato una carriera parallela nel crossover: prima con una raccolta di madrigali per voce e liuto recuperati dal canzoniere cinque-secentesco di John Dowland, poi con una collezione di inni, carole natalizie e brani folk che celebrano la stagione invernale . In altre parole: il signor Gordon Sumner non pubblica un disco “pop” di materiale inedito dai tempi dello scialbissimo “Sacred love”, datato 2003. Se è per questo, va detto che è in buona compagnia: Peter Gabriel, per dire, è ancora fermo ad “Up” (2002), Roger Waters ( se si eccettua la divagazione sinfonica di “Ça ira”) addirittura al 1992 di “Amused to death”. Esito prevedibile, quasi fisiologico: quando si ha la pancia piena, s’è già fatto di tutto e si hanno tante altre cose per la testa sopraggiunge inevitabile il crampo dello scrittore. Con l’amico Gabriel, Sting condivide a pochi mesi di distanza anche l’idea di un disco per voce e orchestra: votato, nel caso dell’ex Genesis, alla rivisitazione di canzoni altrui, mentre l’ex Police, più autoreferenziale, si dedica alla rielaborazione del proprio back catalog da solista e in trio. Al di là della scelta di campo, i due progetti non si assomigliano più di tanto. Decisamente più introspettivo, spartano e rigoroso l’approccio di Peter (che rinuncia a ogni forma di contaminazione rock: niente batteria, niente chitarre); più easy, flessibile e sbarazzino quello di Sting, come dimostra dalle primissime battute percussive una frenetica ed esilarante “Next to you”, con i violini in fuga a dettare il ritmo rompicollo e un cantato quasi blues: angolazione originale e divertente, che preserva lo spirito rock del pezzo e si ripropone verso la fine del programma quando a movimentare la scena irrompe il boogie incalzante di “She’s too good to me”. Insomma: “Symphonicities” (bel titolo, che strizza l’occhio al classico “Synchronicity” dei Police) è un disco decisamente più colorato e divertito, ma anche meno assorto e profondo di “Scratch my back”. Non si tratta, va detto a merito dell’autore, di un “greatest hits” per orchestra (l’effetto James Last è scongiurato), anche se alcuni classici finiscono inevitabilmente in scaletta. “Englishman in New York” è la più riuscita di tutte: il leggero vestito orchestrale confezionato per l’occasione calza su misura al suo agile ritmo in levare e al felpato incedere swing, violini pizzicati in contrappunto ritmico e un clarinetto al posto del sax soprano di Branford Marsalis. “Every little thing she does is magic”, scelta come primo singolo, è introdotta da un’arpa e da un flauto ma poi va sul sicuro: la melodia è talmente conosciuta da far scattare subito in chi ascolta una sensazione di confortevole familiarità. E l’immancabile “Roxanne” offre a Sting l’occasione di continuare una sfida con se stesso: oggetto di un costante “work in progress”, di un continuo lavoro di aggiornamento e reinvenzione, stavolta è riletta in una chiave intimista e dolente adeguata al testo della canzone. Fin qui i “crowd pleasers”. Dopo di che l’autore si toglie la soddisfazione di spulciare nei cassetti alla ricerca di pagine meno note o quasi dimenticate della sua produzione: l’intento è di compiacere se stesso e, forse, anche i fan più fedeli. Ecco “I burn for you”, recuperata dalla soundtrack di un film anni ’80 (“Brimston and treacle”), dalle setlist dei concerti del primo tour solista e dal doppio live “Bring on the night”: iterativa e percussiva, sul finale si apre a una suggestiva danza tribale e a tonalità afro che colorano anche la sincopata “I hung my head” (da “Mercury falling”, 1996). Ecco gli aromi country-celtici di “You will be my ain true love”, duetto con Alison Krauss per la colonna sonora del feulleiton “Cold mountain” qui riproposto a due voci con Jo Lawry e aperto da una introduzione in puro stile kolossal hollywoodiano. Ed ecco “End of the game”, ripescata dal lato b del singolo “Brand new day”, scandita da ritmi dispari e caratterizzata da accenti Irish di umore folk-pastorale. La musica tradizionale britannica, sempre più vicina al cuore di Sting, la fa da padrone anche nella cupa “We work the black seam”, unica e niente affatto scontata selezione dal celebrato debutto solista “The dream of the blue turtles” (a.d. 1985): ispirata al famoso braccio di ferro tra Margaret Thatcher e i minatori inglesi che segnò le cronache britanniche dei primi anni Ottanta (sapete com’è andata a finire…), si apre con le brune, inglesissime tonalità di una banda di ottoni, trascinando però troppo a lungo la brillante idea d’arrangiamento (oltre sette minuti). Meglio comunque di “When we dance” (singolo incluso nell’antologia “Fields of gold”), troppo stucchevole ed evanescente, o di una “The pirate’s bride” (altra facciata b dei tempi di “Mercury falling”) elegante ma un po’ tediosa. Viene un sospetto: il gioco funzionerà meglio dal vivo e questo disco è soprattutto un pretesto per promuovere il tour che lo vede accompagnato dalla Royal Philharmonic Concert Orchestra diretta da Steven Mercurio, atteso in Italia tra ottobre e novembre. Come divertissment e operazione di marketing “Symphonicities” ha un suo perché: restando il fatto che si tratta di una curiosa nota a piè di pagina in una storia che probabilmente ha già sviluppato i suoi capitoli principali.



(Alfredo Marziano)
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