«THANK ME LATER - Drake» la recensione di Rockol

Drake - THANK ME LATER - la recensione

Recensione del 12 lug 2010 a cura di Giampiero Di Carlo

La recensione

"Thank me later", l’episodio hip hop più anticipato del lustro, è soprattutto l’enorme impresa di un debuttante capace di vendere 447.000 copie del suo album ad una settimana dall’uscita nell’anno di grazia 2010. Ma, hype a parte, questo è un disco di contrasti sonori, lirici e di genere, un esordio che confonde e sul cui successo vale la pena scavare un po’.
Come è noto, il canadese Aubrey Drake Graham, in arte Drake , è finito sotto i riflettori grazie alla sua affiliazione con il clan di Lil Wayne, agganciato dalle sue prime mixtape al punto da includerlo in pianta stabile nella sua crew ben prima di firmarlo come discografico. E proprio questa associazione avrebbe giustificato aspettative su una certa cifra di hip hop, aspettative eventualmente rinforzate dalla presenza nei paraggi anche del padrino Jay-Z. Eppure, come già lasciavano intuire “Over” e “Find your love”, la parentela artistica più marcata parrebbe essere quella con Kanye West o con Usher: questione di testi super auto-referenziali nel caso della somiglianza col primo, ed anche questione di uno stile che deve più alla rilettura contemporanea dell’R’n’B che non al rap puro nel caso della somiglianza col secondo. Complici rime non esattamente da fuoriclasse (“Money just changed everything. I wonder how life without it would go. From the concrete, who knew that a flower would grow”) e un tema ricorrente al punto da insospettire – la trappola del successo, con le sue insopportabili difficoltà nel condurre una vita normale e le pretese di tornare uno studente che possa rimorchiare una ragazza nel dormitorio con il suo fascino e non con la sua celebrità – "Thank me later" è super smooth, al punto da suonare a tratti monotono. Autotune (v. “Karaoke”) e tastiere anni Ottanta – queste molto ma molto presenti – completano l’opera e finiscono con il volgere l’ex star televisiva in versione slow singer (esempi? “Unforgettable”). Pare che Drake sia in cerca di raffinatezza e sfugga, invece, all’immediatezza che ci si aspetta dal rapper più ‘promesso’ in circolazione.
A collaborazioni e cameo siamo messi molto bene, e le credenziali non lasciavano dubbi in merito, però i risultati sono alterni. Della presenza di Alicia Keys in “Fireworks” si poteva fare un utilizzo molto migliore mentre la si mette in condizione di esprimersi al minimo delle sue capacità e potenzialità vocali, laddove invece Nicki Minaj è uno schianto ed è perfetta in “Up al night”, al pari del mentore Lil Wayne, che in “Miss me” spacca e mette in ombra Drake. Il brano da club per antonomasia, oltre che uno dei meglio riusciti, è “Fancy”, e ce ne sarebbe voluto un altro paio di questi, e ad un certo punto sorge quasi il sospetto che Drake sia vittima della forza di “Best I ever had”, punta di diamante di vecchie mixtape più spontanee e figlie dell’anonimato che lo candidarono ai Grammy quando forse aveva meno pensieri ed evitava di cadere nell’ossessione sopra citata ( "While all my closest friends out partyin'/ I'm just here makin' the music that they party to”, da "Light up").
Se "Thank me later" non avesse avuto quel paio di EP indipendenti a precederlo, avrebbe probabilmente suscitato una lettura più serena, meno condizionata dai paragoni. Purtroppo è zavorrato dalle aspettative e, al contrario, scaturisce da parte di chi scrive e vorrebbe analizzarlo la severità che si riserva a un ritorno e non a un debutto ‘uffiiciale’. Nel frattempo, il ventireene Drake può stare tranquillo poiché continua a fare incetta di consensi là dove serve veramente: tra le fan, le ascoltatrici, le downloaders. (Sì, tutto al femminile)
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