«BE YOURSELF - A TRIBUTE TO GRAHAM NASH'S SONGS FOR BEGINNERS - Artisti Vari» la recensione di Rockol

Artisti Vari - BE YOURSELF - A TRIBUTE TO GRAHAM NASH'S SONGS FOR BEGINNERS - la recensione

Recensione del 06 lug 2010

La recensione

A cosa serve un disco come “Be yourself”? Almeno a tre cose. Prima di tutto, a ricordare/celebrare i meriti al valor musicale di Graham Nash, il lato pop di quel magico triangolo (o quadrilatero) che da Woodstock in poi spostò i confini immaginari della California e il concetto di armonizzazione vocale in ambito folk rock. Poi a ribadire che l’ingrediente principale di un bel disco resta la qualità delle canzoni (lapalissiano, direte, ma mica troppo, oggi che gli autori di rango sono più rari di un Gronchi rosa e si bada più ad altre cose: il produttore di grido, i duetti e gli ospiti specchietti per le allodole, gli espedienti per far parlare di sé i media). Infine, a scoprire o approfondire la conoscenza con i fermenti di quella nuova scena hippie folk inopinatamente rigermogliata in questi ultimi anni in California, tra Santa Cruz, San Francisco e la piccola enclave artistica/alternativa di Nevada City. Un passo indietro: Nash, già vocalist degli Hollies, era l’ “invasore inglese” di CSN e CSNY, il più lucido e compassato della banda (e tuttora il meglio fisicamente conservato), l’angelo dell’ “harmony singing” dal soave registro di soprano, il mediatore tra le personalità egocentriche e spesso paranoiche dei compagni di ventura. Il più lieve e solare dei Magnifici Tre/Quattro, ai tempi in cui David Crosby era il poeta visionario dell’Lsd e delle scale modali, Stephen Stills era il duro innamorato del rhythm&blues e degli occhi blue di Judy Collins, e Neil Young era già Neil Young. Graham faceva da guida verso dolci viaggi esotici all’odor di hashish e di patchouli (“Marrakesh Express”), il trovatore che intrecciava delicate ghirlande intorno al collo dell’amata Joni Mitchell (“Lady of the island”), il tipo che non aveva paura di celebrare i piaceri “borghesi” della vita domestica (“con due gatti nel giardino”: la celebre “Our house”), e che ammoniva i genitori a non far ricadere sui figli i propri errori (l’altrettanto popolare “Teach your children”). Le canzoni più belle e più intense di CSN e CSNY sono magari altre, ma intanto le più ricordate e applaudite in concerto restano le sue.
L’idea di omaggiare e rivisitare il suo primo e miglior album solista, quel “Songs for beginners” che uscì nel 1971 dopo la traumatica fine della love story con la Mitchell e in un periodo di pausa dalle frenesie e dagli scazzi della vita di (super)gruppo, è venuta alla figlia Nile, che a Frisco conduce una vita tranquilla e anonima (infermiera diplomata e ora anche ostetrica, gestisce con alcune amiche un negozietto di manufatti artigianali: si chiama Gravel & Gold e ha anche un sito Internet). Quando canta con voce educata e un po’ timida una delle canzoni più sincere e fragili del disco, quella “Wounded bird” che metteva in piazza il cuore infranto di Graham, fa quasi tenerezza. E se la steel guitar che ondeggia leggera qui e altrove nel disco non è più quella leggendaria di Jerry Garcia, pazienza, la nuova versione arriva comunque al bersaglio con il suo sapore di folk rock e di primi Fairport Convention. Ad aprire il disco, poco prima (e rispettando la stessa sequenza dell’originale) erano state le chitarre acustiche, le voci in falsetto, la batteria marziale e il basso synth di Port O Brien e Papercuts, alle prese con quella “Military madness” che illuminava il profilo più autobiografico e arrabbiato di Nash (“In una stanza al piano superiore di Blackpool/di fronte al Mare del Nord/l’esercito ebbe mio padre/e mia madre ebbe me”). Una canzone militante buona per tutte le stagioni, come quella “Chicago” che ancora tutti intonano nei concerti a dispetto della sua natura di “instant song” nata a commento dei violenti disordini che macchiarono la Convention democratica nel 1968: gli Sleepy Sun, band psycho-rock che varrà la pena di annotarsi sul taccuino, la innervano di chitarre acide, di arrangiamenti elettrici e squadrati, di voci rabbiose che si librano nell’aria come quelle dei Jefferson Airplane guerriglieri ai tempi di “Volunteers”. E’ l’unico momento agitato di un disco quieto e gentile come il suo autore, e che vede partecipare alla festa nomi noti e meno noti dell’indie rock made in Usa. I più rispettosi? Brendan Benson dei Raconteurs in “Better days”, un’altra delle più commoventi canzoni di rimpianto contenute in “Songs for beginners”, e i Moore Brothers di “Man in the mirror”, che replicano il falsetto di Nash ma anche i tipici incastri vocali degli Everly Brothers. Il più minimalista? Robin Pecknold dei Fleet Foxes , che sovraincide parti vocali quasi chiesastiche su una essenziale “Be yourself” per chitarra acustica e tamburello. I migliori ? Forse i Vetiver, che con steel, mandolino, arrangiamenti elettroacustici e una performance ispirata rendono pienamente giustizia alla meravigliosa “I used to be a king”. Il più originale? Qui vince a mani basse Bonnie “Prince” Bily , che reinventa e cambia i connotati a un’altra canzone manifesto di Nash (“Simple man”: “Sono un uomo semplice/e così canto una canzone semplice”) trasformandola in una struggente ballata mariachi cantata in spagnolo (“Hombre sencillo”). Con il cristallino fingerpicking di “There’s only one”, Alela Diane si conferma una delle giovani voci più interessanti della nuova “community” folk della West Coast, mentre la voce innocente e un po’ infantile di Mariee Sioux è adatta a una ninna nanna a tempo di valzer come “Sleep song”. Alla fine, com’è giusto che sia, è Nile a riportare (letteralmente) tutto a casa, con una ripresa del ritornello di Chicago, quel “We can change the world” che la Woodstock generation può finalmente ricominciare a cantare senza sentirsi totalmente patetica, oggi che un presidente di pelle nera è salito su fino alla Casa Bianca. Nash lo sa, e lo sanno anche i suoi figli e nipotini di “Be Yourself”. Ps: La versione originale del disco, Atlantic 1971, resta ovviamente un’altra cosa (e peccato che l’unica ristampa cd in circolazione costi così cara).



(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

01. Military madness (Port O Brien/Paper Cuts)
02. Better days (Brendan Benson)
03. Wounded bird (Nile Nash)
04. I used to be a king (Vetiver)
05. Be yourself (Robin Pecknold)
06. Simple man (Hombre sencillo) (Bonnie Prince Billy)
07. Man in the mirror (Moore Brothers)
08. There’s only one (Alela Diane)
09. Sleep song (Mariee Sioux w/Greg Weeks)
10. Chicago (Sleepy Sun)
11. We can change the world (reprise) (Nile Nash).
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