«SAN PATRICIO - Chieftains» la recensione di Rockol

Chieftains - SAN PATRICIO - la recensione

Recensione del 19 mar 2010

La recensione

Se cercate un antidoto all’ascolto distratto e frammentato che è diventata la norma in tempi di “musica digitale”, eccovi serviti. “San Patricio” non è un disco da ascoltare sull’iPod, una sequenza di file da scaricare furtivamente da Internet. E’ un album da cuffie e da poltrona. Un racconto, una pagina di storia rivisitata, un viaggio, una ricostruzione scenografica e sentimentale. Come piace a Paddy Moloney, il settantunenne spiritato leader dei Chieftains. Come piace a Ry Cooder, che qui lo affianca in veste di coproduttore e guest star in una manciata di brani. I due si sono messi in testa di raccontare un episodio volutamente dimenticato di storia americana: l’arruolamento dei “San Patricios”, irlandesi emigrati oltre Atlantico per sfuggire alla carestia delle patate, da parte dell’esercito statunitense durante la guerra con il Messico scoppiata nel 1846; e il loro repentino passaggio dall’altra parte del Rio Grande, a combattere al fianco dei cugini poveri, sfruttati, perseguitati e cattolici come loro. Finì male: nessuno vide più casa, molti vennero impiccati per altro tradimento, altri marchiati a fuoco con le stimmate infamanti del disertore. Una pagina scura e triste di storia, eppure “San Patricio” è un disco vitale, effervescente, coloratissimo, tutt’altro che depresso e deprimente. Sarà che gli irlandesi sono i latini delle isole britanniche, sarà che i messicani trovano nella musica un motivo perenne di conforto: ma questo incontro di culture svela sorprendentemente un’anima condivisa, gettando un ponte ardito tra Dublino e Città del Messico, passando per la Galizia e la Los Angeles di oggi dove l’80 per cento della popolazione parla spagnolo a dispetto del filo spinato, della polizia di frontiera e dei muri di confine. Cornamuse irlandesi e fisarmonica, arpe e congas, tin whistles e guitarron: “La iguana”, cantata dalla effervescente star latina Lila Downs, apre le danze (letteralmente) in un’accozzaglia di suoni multietnici che all’inizio lasciano persino frastornati. Ma tutto ha un senso: polke, mazurke e valzer della tradizione messicana (“Canción mixteca”, celebre lamento dell’esilio che Cooder aveva già affrontato in una colonna sonora e che qui è ravvivato dalle voci e dalle chitarre dei ruggenti Los Tigres del Norte) hanno origini austrogermaniche e ritmi analoghi alle gighe dell’Isola Verde (“Sailing to Mexico”, un originale di Moloney). La piccola cornamusa galiziana suonata dallo spagnolo Carlos Nuñez è identica a quelle impugnate dalla Banda de Gaita de Batallón de San Patricio. E la melodia della “rebel song” messicana “Persecución de Villa” assomiglia a quella dell’irlandese “Kevin Barry” perché i sentimenti umani sono uguali a tutte le latitudini del mondo. Per questo alla festa partecipa gente da tutto il mondo: Linda Ronstadt recupera lo spirito di “Canciones de mi padre” (1987) per la placida e nostalgica “A la orilla de un palmar”, la voce rotta e arrugginita della novantenne regina della canción ranchera Chavela Vargas regala una pagina struggente con “Luz de luna”. E “San Patricio” vive di inediti incontri culturali e generazionali: i giovani Los Cenzontles della Bay Area nell’a cappella di “Ojitos negros”, il sussurro recitato dell’attore Liam Neeson in “March to battle” (che ha un forte sapore cinematografico), il fragore festoso dei Los Folkloristas, il Messico profondo di La Negra Graciana e il profumo celtico della voce dei Clannad, Moya Brennan. Moloney e i Chieftains (ridotti a un quartetto) si ritagliano un ruolo da registi lasciando generosamente il proscenio agli illustri ospiti, Cooder regala un duetto strumentale con Van Dyke Parks e un’assolata ballatona di frontiera delle sue, “The sands of Mexico”, che fa da architrave al resto dell’edificio sonoro, alle pipes e alle orchestre mariachi, alle marcette militari e ai lamenti funebri. Magari l’effetto sorpresa svanisce presto. Ma alla fine bisogna riconoscere che Moloney e Cooder, globe trotter attaccatissimi alle loro radici, sono riusciti ancora una volta nell’intento: recuperare la Memoria, portare la Storia nel presente.



(Alfredo Marziano)
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