«ACOLYTE - Delphic» la recensione di Rockol

Delphic - ACOLYTE - la recensione

Recensione del 28 gen 2010 a cura di Franco Bacoccoli

La recensione

I Delphic, che recentemente si sono classificati terzi nell'influente inchiesta "Sound of 2010" della BBC, un sondaggio condotto dall'ente radiotelevisivo britannico tra 165 produttori, giornalisti, importanti blogger, DJ, discografici e addetti ai lavori, provengono da Manchester. Dall'humus che ha prodotto (tra gli altri) Joy Division, Oasis e Smiths, ecco ora questa nuova band -solo concerto italiano l'11 febbraio al Magnolia di Milano- che ha debuttato col singolo "Counterpoint" nell'aprile 2009. Il primo album è questo "Acolyte". Il giornalista Lou Thomas della BBC ha affermato che "Acolyte" potrebbe "davvero essere il primo grande album del 2010". Tecnicamente gruppo di alternative dance, sarebbe sciocco rinchiudere i musicisti in uno steccato così rigido sebbene la formazione paghi palese omaggio a formazioni quali Orbital, Underworld, Chemical Brothers e forse anche Klaxons. Dal mare magnum del loro sound affiorano ammiccamenti ai New Order, Kraftwerk, "Oxygène" di Jean-Michelle Jarre, "Tubular bells" di Mike Oldfield, Tangerine Dream, Gary Numan, OMD, Erasure, Heaven 17, Human League, Soft Cell e Visage. Non per questo si tratta di una band di vili scopiazzatori: il gruppo ha diligentemente assimilato gli input assemblando una macchina sonica strana, misteriosa, agile e ben carburata, dalle grandi possibilità. Vediamo i brani. "Clarion hall": su un synth-tappeto si inseriscono minimi aggiustamenti e un cantato aperto, convincente, sentito e quasi plateale. "Doubt" ricama pizzi anni Ottanta ma è al contempo anche molto moderno. Refrain non memorabile ma gradevole. E' l'ultimo singolo estratto dall'album. "This momentary": dopo 1'30" quasi insignificanti, la canzone inizia a pulsare. E' un treno a media velocità che caracolla tra lande ipnotiche. Il viaggio sfuma prima d'entrare in stazione. Per "Red lights" c'è ancora sensazione di viaggio, in un synth-pop contemporaneo che non si piega alle mode; pesca dalla ripetitività di scuola kraftwerkiana per innestarvi elementi idealmente tra Calvin Harris e OMD. Per "Acolyte", dopo un'apertura alla Brian Eno, si dispiega l'idea dei Delphic: quasi 9 minuti di trip, una sorta di Autobahn degli algidi maestri di Düsseldorf, escursione che tocca paesaggi immaginifici, bussa a porte di Air, evapora, si rincorre in un diluvio di suoni sintetizzati. "Halcyon" è apparentemente allegra, ma il testo non lo è, ed è un pezzo che si aggancia al periodo "Blue Monday" dei New Order. Verso la coda, intervento chitarristico azzeccatissimo. "Submission": se la synth-popperia anni Ottanta dovesse improvvisamente tornare, avrebbe esattamente questo sound. Il finale si perde nello spazio, tra stelle lontane. "Counterpoint" è da sentire nell'iPod mentre col sole in faccia si corre su una spiaggia solitaria. Un pezzo che ti corre attorno, sopra e sotto, ti avvolge. "Ephemera" non è un brano, è una breve intromissione di strati sonici impalpabili. Si chiude su "Remain", dove cala la tensione e rimane un riempitivo simpatico e basta. Disco decisamente consigliato per chi ha voglia di esplorare, sicuramente tra le cose più interessanti d'inizio 2010.

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