«BY A THREAD - Gov't Mule» la recensione di Rockol

Gov't Mule - BY A THREAD - la recensione

Recensione del 01 dic 2009

La recensione

Warren Hayes, il guitar hero più colto e versatile che ci sia sulla piazza (chiedete a chi era all’Alcatraz di Milano, qualche settimana fa; o leggetevi il resoconto su Music Reporters), ha in testa da tempo un progetto chiaro ma meno semplice di quel che potrebbe sembrare: “celebrare le radici della musica americana facendo incursione nel futuro”, muovendosi “avanti e indietro nello stesso tempo”. Il rischio è di perdere l’orientamento, il senso della realtà, l’aggancio col tempo presente. Invece, dopo un paio di album dignitosi ma non entusiasmanti, il disco “texano” dei Mule, inciso nei Pedernales Studios di Wille Nelson a poca distanza da Austin, mantiene premesse e promesse: “By the thread”, torrido come una fonderia di incandescente metallo rock, granitico come una fucina che sforna riff a ripetizione, sta nel giusto punto di equilibrio e di convergenza. Si parte rombando con il motore già caldo e a pieno regime, il basso del nuovo arrivato Jorgen Carlsson apre la strada come uno schiacciasassi e sembra di ascoltare gli ZZ Top di “Tres hombres” e di “Deguello”: per forza, “Broke down on the brazos” sta sotto il fuoco incrociato delle mitragliatrici di Haynes e di Billy Gibbons con un suono tosto e durissimo, adatto a un raduno di bikers tutto cuoio e tatuaggi. Puro hard rock sudista, ma se pensate a un disco monolitico e unidimensionale siete fuori strada. Passa qualche minuto e un intermezzo funky alla James Brown ci ricorda che i Mule non sono mai stati una band in bianco e nero con un solo distintivo sulla giacca. Non sappiamo se sia vita vissuta o fantasia, se siano fantasmi passati (la morte mai digerita del primo bassista Allen Woody) o turbamenti più recenti a rannuvolare la testa di Haynes, certo è che “By a thread” suona più dark, perturbato e agitato del solito. “Forevermore”, una delle ballate di impianto più melodico e tradizionale della raccolta, lo dice a chiare lettere (“darkness/forevermore”). “Railroad boy”, un traditional folk che il quartetto approccia alla maniera dell’ultimo Dave Alvin per poi brutalizzarlo come avrebbero fatto i Led Zeppelin, è la cupissima storia di una ragazzina che si impicca per amore (i quattro la rendono con un’intensità formidabile: un gioiello). E anche quando il brano finale, “World wake up”, lancia un’esortazione a cambiare lo stato delle cose l’effetto è spettrale e il mood inequivocabilmente malinconico. Pure “Monday mourning meltdown” e “Scenes from a troubled mind”, brani speculari, complessi e mutevoli, svelano già nel titolo le loro inquietudini. Si somigliano anche morfologicamante: la prima si culla su onde psichedeliche per poi lanciarsi in un impeccabile break jazzato con soli di organo e chitarra; la seconda parte come una blues ballad del bayou, lenta, paludosa e gracidante, si infiamma improvvisamente e torna al punto di partenza a seguito di variazioni di ritmo e d’atmosfera. I Muli pestano duro, ma conoscono l’arte della sfumatura e le leggi della dinamica. Sanno viaggiare a testa bassa sui sentieri più impervi ma sono altrettanto bravi ad accalappiare le orecchie più randagie grazie ai solidi ganci melodici di Haynes, che in “Steppin’ lightly” sforna il ritornello più orecchiabile ma anche un tiro degno dei Little Feat dei tempi d’oro. Intanto “Gordon James”, ritratto di un altro tipo finito sulla cattiva strada, ricama di chitarra acustica, slide e violoncello e “Frozen fear” dà requie con un ritmo in levare che accenna en passant a un altro vecchio amore del leader, il reggae/dub celebrato due anni fa con l’album “Mighty high”. Jimmy Page è lì a illuminare il cammino (non a caso, nel concerto di Halloween di due anni fa i Mule si sono travestiti da Zep riproducendo “Houses of the holy” per intero), così come la buonanima di Jimi Hendrix: “Any open window” esplicita l’omaggio al grande di Seattle con la dedica ai batteristi Willie Mitchell e Buddy Miles e con quel “’xcuse me” che Haynes piazza prima di dare una brusca sterzata all’incrocio tra “Manic depression” e “Crosstown traffic”. Jimmy e Jimi vegliano anche su “Inside outside woman blues # 3”, una cavalcata selvaggia immersa in un gorgogliante pentolone di chitarre wah wah che sfuma dopo nove minuti. Tanto per ribadire che quando si tratta di galoppare a briglie sciolte in una jam i Mule non stanno dietro a nessuno. Missione compiuta mr. Haynes, con dischi come “By a thread” il 1969 e il 2009 non sono per niente lontani.



(Alfredo Marziano)
Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.