«SONIC BOOM - Kiss» la recensione di Rockol

Kiss - SONIC BOOM - la recensione

Recensione del 02 ott 2009 a cura di Franco Bacoccoli

La recensione

E' il maggio 2008, quindi poco più di un anno fa e non un'altra era geologica. Un nuovo album dei Kiss sembra totalmente da escludere, anzi pare che non ne faranno più. “Ad andare in studio non ci penso proprio”, dice -quindi poco più di un anno fa- Paul Stanley, “la gente vuole ascoltare brani come 'Detroit rock city' e 'Rock and roll all nite', le nostre migliori canzoni per ricordare quando le ha scoperte, cosa faceva, con chi andava a letto. Una canzone nuova non può competere con quelle che hanno una storia”. Gene Simmons, sempre nel maggio 2008, aggiunge che “ci sono dei nuovi giocattoli in sala d’incisione”, e i Kiss potrebbero quindi realizzare nuove versioni dei vecchi successi “per restare al passo con le tecnologie”. A metà novembre, sempre dello scorso anno, la svolta. Roba da non credere. I rockosauri riemergono dal Cretaceo. Paul Stanley, intervistato da un mensile musicale, dice: “A un certo punto potrebbe perfino arrivare un nuovo album dei Kiss. In passato sono stato incerto, ma adesso sono molto più aperto a questa idea. Pensavo che sarebbe stata la decisione giusta per i Kiss, quella di continuare a suonare solo cose dal nostro repertorio; fare le nostre canzoni classiche, ‘Detroit rock city’ e tutto il resto, ma la nuova line-up dei Kiss, con Tommy Thayer ed Eric Singer funziona così bene, ed è così forte nello spirito, che sarebbe interessante vedere come va anche in studio. Se dovessimo metterci a registrare, credo che l’intenzione sarebbe quella di fare un album nella scia delle nostre cose classiche degli anni Settanta”. Passa giusto un mesetto e arriva la conferma: il nuovo disco si fa. A metà febbraio, intervistato dal quotidiano argentino Pàgina/12, Gene Simmons dichiara: “Stiamo facendo un nuovo album prodotto da Paul Stanley perché io non ho la pazienza di infilarmi in studio e rimanere lì per sei mesi. Chi meglio di Paul? L’idea ‘ quella di fare il disco velocemente, come facemmo ai tempi di ‘Destroyer’, ‘Rock and roll over’ e ‘Love gun’. Però dobbiamo prepararci, quindi adesso lavoriamo su dei pezzi quando abbiamo tempo. Forse entreremo in studio in marzo per registrare due o tre canzoni. Non dobbiamo stare troppo tempo in studio, dev’essere una cosa rapida”. E cosa rapida è stata: siamo all'inizio di ottobre e l'album ‘ fatto, pronto, stampato e in distribuzione. Maledizione, "Sonic boom" è qui; primo disco della veterana band di New York City, gruppo fondato nel dicembre 1972, da "Psycho circus" del 1998. Registrato ai Conway Recording Studios di Hollyood, fanno 43 minuti di musica. Lead vocals più o meno equamente distribuiti: alcuni pezzi li canta Paul Stanley, altri Gene Simmons, "Stand" viene affrontata da entrambi, di "When lightning strikes" se ne occupa Tommy Thayer, "All for the glory" ‘ lasciata ad Eric Singer. La prima parte di "Sonic boom" è piuttosto deludente, quasi come se la band cercasse per forza di riesumare il vecchio sound. Del resto Simmons lo aveva detto: "Se siete dei fan della nostra roba verso il 1977, vi troverete a meraviglia". "Modern day Delilah" si muove tra hard, glam, accenni di Motorhead ed un guitar solo come ormai ce ne sono pochi. "Russian roulette" ha un incedere baldanzoso e macho ma un ritornello melodico. Un pezzo da cantare allo stadio, o all'arena, o al palazzetto. E anche qui non manca l'assolo. "Never enough" potrebbe proprio provenire dal '77. Un hard, per così dire, moderato. Più un filler che un killer. "Yes I know (Nobody's perfect)" si rivela un quasi boogie-rock con coretti accattivanti e...sì un altro solo. "Stand": rock con belle variazioni, chiaramente concepito per farlo cantare dal pubblico; "Staaand by my siiiide", e già nel parterre si vede una selva di braccia alzate. Nel finale diventa pure una ballatona. Con "Hot and cold" potremmo essere in un qualsiasi punto imprecisato tra metà anni Settanta e metà Ottanta. Goduria per gli amanti del periodo e/o per i nostalgici, gli altri meglio che skippino. E qui, per fortuna, si cambia registro. Da simpatico esercizio col torcicollo, da amarcord per rocchettari sugli anta, si passa ad un altro livello. "All for the glory": questa sì che è tosta. Bella tirata e, specialmente, convinta. "Danger us", la sensazione è che questi ci abbiano lasciato le chicche in fondo. Cantano "Danger us", che poi è "Dangerous", e davvero sembra un pezzo pericoloso. Hard in tutta la sua gloria, con palle e contropalle. "I'm an animal" sconquassa con sfacciata baldanza, grandi cori, bel ritornello, bello tutto. Assolo commovente. Francamente l'album lo si poteva chiudere anche qui e non sarebbe successo proprio niente, perché le due proposte conclusive aggiungono ben poco. "When lightning strikes", col suo incedere stranamente AC/DCiano, non è male ma si ritrova una mezza spanna sotto "I'm an animal". "Say yeah" dovrebbe essere una sorta di inno, un arrivederci (al 2020?), forte il ritornello ma la canzone funziona solo fino ad un certo punto.

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