«THE HAZARDS OF LOVE - Decemberists» la recensione di Rockol

Decemberists - THE HAZARDS OF LOVE - la recensione

Recensione del 02 apr 2009

La recensione

L’album più venduto della settimana scorsa, sull’iTunes americano, è un’opera rock sulle traversie di una coppia fiabesca di amanti insidiata da una spietata regina madre e da un terribile padre infanticida. “Una favola nello stile di Chaucer”, scrive l’eminente critico Bud Scoppa sulla rivista inglese Uncut, e viene da pensare che non solo il desiderio arriva a ondate, come canta Colin Meloy dei Decemberists in uno dei momenti clou della rappresentazione: anche la musica si dipana a cicli, tra corsi e ricorsi, e chi si sarebbe aspettato ancora qualche anno fa il ritorno di concept album così ambiziosi (“in realtà questo è un musical mancato”, ha spiegato l’autore), come se il punk non fosse mai venuto a fare piazza pulita di certe stravaganze del rock anni Settanta? I Decemberists da Portland, la città più colta e letteraria degli Stati Uniti dove anche i barboni per strada elemosinano una tazza di latte caldo e un libro tascabile, sono figli un po’ bizzarri (o magari degeneri) dei R.E.M., dei 10,000 Maniacs e del college rock americano anni Ottanta. Hanno sempre spulciato tra gli scaffali polverosi del passato, e a un approdo come questo erano in qualche modo predestinati. Già il precedente “The crane wife” conteneva suite da tredici minuti, murder ballads da brivido freddo e certe strane storie di animali mutanti che pescavano nel foklore anglosassone come nelle leggende dell’Estremo Oriente. A Meloy, un tipetto paffuto e occhialuto che sembra l’incarnazione perfetta dello “sfigato” da teen movie americano, la fantasia non manca. E nemmeno la curiosità: mentre tanti colleghi coetanei e connazionali non guardano più in là del loro naso, oscillando invariabilmente tra Nick Drake, i Ramones e i Velvet Underground, è andato a scovare un Ep datato 1966 di Anne Briggs, la misteriosa e affascinante zingara hippie del folk revival britannico. Il piccolo disco si intitolava appunto “The hazards of love”, ma siccome una canzone omonima la Briggs non l’ha mai scritta ci ha pensato lui, e alla fine quella ballata ha innescato una reazione a catena partorendo un’opera rock di quasi un’ora di durata. Con i suoi preludi e i suoi interludi, come tutte le opere rock. Con i suoi temi musicali ricorrenti, il suo libretto, i personaggi principali e la voce narrante. Qualcuno ha chiamato in causa i Fairport Convention, i Pentangle e la Incredible String Band, per certi arpeggi cristallini di chitarra acustica, certe atmosfere da bosco incantato e il corredo strumentale d’altri tempi (la soave Jenny Conlee tiene fede alla sua fama di versatile polistrumentista; in “Annan water” il chitarrista Chris Funk imbraccia mandolino, ghironda, autoharp e dulcimer a martelletti, nel mentre strimpella anche un sintetizzatore e un non meglio identificato “marxophone”). Giusto, ma si potrebbero citare anche i Jethro Tull di “Thick as a brick”. O i Deep Purple, perché il botta e riposta tra chitarra elettrica e Hammond B3 in “The crossing” sembra preso di peso da “Fireball” o “In rock”. E persino i Black Sabbath perché si, in “Hazards of love” i Decemberists sfoderano anche un’inattesa artiglieria metal, contrapposta alla fisarmonica e pedal steel del valzer agreste “Isn’t it a lovely night?”. Il gioco dei contrasti sta alla base anche della scelta del cast di contorno: alla sfortunata Margaret dà voce Becky Stark dei Lavender Diamond, eterea principessina dal timbro angelico e quasi evanescente, mentre nei panni della regina della foresta giganteggia Shara Worden, frontwoman dei My Brightest Diamond, con una vocalità fiammeggiante, impetuosa e sensuale che, ha scritto bene Amy Phillips su Pitchfork recensendo il debutto “live” dell’opera al SXSW di Austin, rammenta la Tina Turner/Acid Queen di “Tommy” e ancora di più la Grace Slick di “Surrealistic Pillow”. A dare una mano provvedono anche Jim James dei My Morning Jacket (che però si sente poco) e l’inglese Robyn Hitchcock, che con la sua chitarra elettrica ricama filamenti luminosi in una bella “Interlude” strumentale. Riassumendo: “The hazards of love” è un tumultuoso affresco folk prog metal psichedelico. Troppa grazia? No, perché a dispetto di qualche buco e di qualche ingenuità nel plot narrativo (perché, “Tommy” non ne aveva?), di qualche autocompiacimento verbale di troppo (tipo “The prettiest whistles won’t wrestle the thistles undone”, strofa e sottotitolo di “The hazards of love 1”) l’opera rock intriga, incuriosisce, appassiona. Avvincono i riff e i crescendo melodici in puro stile Decemberists (non li conoscevate ancora? Male, avete quattro album da recuperare), il clavicembalo quasi heavy di “The wanting comes in waves”, l’hard blues ostinato di “Won’t want for love”, i cambi continui di tempo e di mood legati all’intreccio della storia e agli stati d’animo dei suoi protagonisti. Musica escapista e sganciata dalla realtà, si sarebbe detto con una punta di disgusto nel 1977. Più di trent’anni dopo, e con il rock che nel frattempo ha preso a piroettare su se stesso riflettendosi allo specchio, suona invece come un esercizio brillante, acuto, divertente di immaginazione, di fantasia, di perizia musicale. Meloy apre la scatola della musica con la meraviglia e l’ingordigia di un bambino. Lasciamolo fare.


(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

01. Prelude
02. The hazards of love 1 (The prettiest whistles wont’ wrestle the thistles undone)
03. A bower scene
04. Won’t want for love (Margaret in the taiga)
05. The hazards of love 2 (Wager all)
06. The queen’s approach
07. Isn’t it a lovely night?
08. The wanting comes in waves/Repaid
09. An interlude
10. The rake’s song
11. The abduction of Margaret
12. The queen’s rebuke/The crossing
13. Annan water
14. Margaret in captivity
15. The hazards of love 3 (Revenge!)
16. The wanting comes in waves (Reprise)
17. The hazards of love 4 (The drowned)
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