«HUNGRY BIRD - Clem Snide» la recensione di Rockol

Clem Snide - HUNGRY BIRD - la recensione

Recensione del 05 mar 2009 a cura di Davide Poliani

La recensione

Se è vero che ciò che non ammazza ridà forza, "Hungry bird" rappresenta davvero un capitolo importante nella carriera dei Clem Snide: i lavori al disco iniziarono nel 2006, ma dopo alcuni mesi di session poco soddisfacenti, il leader del gruppo Eef Barzelay, scoraggiato, decise di chiamarsi fuori, lasciando l'opera incompiuta e congelando a tempo indeterminato il collettivo alt-country metropolitano. Ma, vuoi per orgoglio, o vuoi perché di fatto il materiale accumulato era valido, e l'idea di lasciarlo a prendere polvere non piaceva a nessuno, con un colpo a sorpresa Eef - forse non eccessivamente incoraggiato dalle sue due uscite soliste pubblicate nel frattempo - decide di riprendere le redini del gruppo e finire il lavoro.
Ci sono quindi delle istanze extra-musicali delle quali occorre tenere conto, nell'ascoltare "Hungry bird": in primis, la vicinanza tra l'ultimo nato in casa Clem Snide e "Bitter honey" e "Lose big" di Barzelay suggeriscono un album molto più "autoriale", in senso tecnico, rispetto alle altre opere della band di Brooklyn. La lunga e travagliata gestazione dell'album è - di per sé - la misura dell'ambizione che Eef aveva nell'assemblare l'ottavo capitolo della sua carriera con il gruppo: ambizione che si percepisce chiaramente tra le tracce, in alcune più di altre, certo (si pensi all'inserto spoken word del poeta premio Pulitzer Franz Wright su “Encounter at 3am”, o alla complessa trama tra voci e chitarre nel ritornello di "The endless ending"), e possibile scintilla che abbia acceso la determinazione di Barzelay a terminare quanto iniziato. E, benché la classe, il talento e l'ispirazione dei Clem Snide siano fuori discussione, è inevitabile percepire in "Hungry bird" qualche cigolìo, perché il tempo - che ci piaccia o meno - i suoi segni li lascia: quello che poteva essere un disco miliare nella carriera della band newyorchese, ad oggi, pare sicuramente una nuova partenza, un punto di svolta, che però manca della freschezza che sicuramente non avrebbe fatto difetto se Eef e compagni avessero tenuto duro, a suo tempo. Nonostante l'indiscutibile bellezza delle canzoni, "Hungry bird" fotografa una band, e un autore, in bilico tra passato e futuro, un po' come già fece "Oh, Ohio" per Kurt Wagner e i suoi Lambchop. Di che tipo, poi, possa essere questo futuro, è presto per dirlo: ma se è vero, appunto, che che ciò che non ammazza ridà forza...

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