Recensioni / 11 mar 2009

Chris Cornell - SCREAM - la recensione

Recensione di Gianni Sibilla
SCREAM
Universal (CD)
“Con quella bocca può dire quello che vuole”, diceva un vecchio slogan di Carosello. “Con quella voce può cantare ciò che vuole”, si dice di certi cantanti. “Scream” è la dimostrazione che questa teoria è falsa.
Questo è il terzo album solista di Chris Cornell, già voce dei Soundgarden e degli Audioslave. Una delle voci più belle, potenti ed espressive del rock, nessun dubbio. Ma da solista Cornell non ne ha azzeccata una: il primo album “Euphoria morning” rimane il migliore, un bell'esempio di cantautorato rock, anche se al tempo se lo filarono in pochi. Dopo la lunga parentesi con gli Audioslave, un paio di anni fa ecco “Carry on”, un disco senza infamia e senza lode. Poi l'annuncio: Cornell si mette a lavorare con Timbaland, il produttore pop più quotato, il responsabile del successo di Justin Timberlake, Nelly Furtado, collaboratore di Madonna...
Alla notizia a molti sono venuti i brividi. Oggi viene da urlare, tanto per parafrasare il titolo del disco. E, tanto per essere chiari, Cornell sta spaccando una chitarra in copertina perché ha detto addio al rock, non in un impeto punk.
Non fraintendiamoci: non c'è nulla di male nel pop e nell'elettronica, anzi. Non di rado sono meglio di tanto rock banale e scontato che ci gira attorno. E' che l'r'n'b e il pop elettronico iperprodotto di Timbaland non c'entrano davvero nulla con Cornell. Davvero: questo è uno dei dischi più trash che vi possa capitare di ascoltare: coretti, beat, vocoder, campionamenti... 13 canzoni fuse l'una nell'altra, per creare un'opera unica, ispirandosi a “The wall” dice Cornell. Mah: "Scream" è talmente trash che in alcuni momenti è persino piacevole, sicuramente canticchiabile. Ma non ditelo in giro, perché l'operazione in sé è indifendibile: speriamo solo che venda, almeno avrà avuto un senso.
Alla fine arriva la 14° canzone, la ghost track, ed è lì che ci si incazza davvero: un blues per voce e chitarra dal titolo “Two drink minimum”, prodotto da John Mayer, che ti ricorda cosa diavolo sa fare questo qua. Talento sprecato.
Pare che l'idea dell'accoppiata tra Cornell e Timbaland sia di Rick Rubin, uno che ha la visione, come dice un mio collega. Qua invece sembra che si siano bevuti tutti il cervello: un disco comunque da ascoltare, per capire fin dove ci si può spingere.