«MIDDLE CYCLONE - Neko Case» la recensione di Rockol

Neko Case - MIDDLE CYCLONE - la recensione

Recensione del 10 mar 2009

La recensione

Il bollettino meteorologico segnala tempo perturbato: cicloni, mareggiate, venti forti a Nord Est. Nella fattoria del Vermont in cui il nuovo disco di Neko Case è stato registrato si respira, infatti, un’aria elettrica. Anche il mondo animale sembra in agitazione. Pettirossi che cinguettano, li sentite in sottofondo, e un gran gracidar di rane nello stagno: registrate dal vivo in notturna, le ascoltate in loop nel “brano”, “Marais la nuit”, che chiude “Middle cyclone” (trentun minuti e trentanove secondi!). Interminabile, bizzarro e scherzoso epilogo chill out a un disco denso e movimentato in cui si canta di un tornado innamorato e distruttore, di orche assassine e di gazze ladre, di formiche e di elefanti, di una Natura animata, capricciosa e umanizzata (intriganti e divertenti, i testi: ma allora perché non ci sono, nel libretto del cd?). “Middle cyclone” è l’atteso disco della consacrazione per la Case, al culmine di un percorso paziente e graduale in cui la trentottenne cantautrice della Virginia non ha sbagliato nulla; tre anni fa “Fox confessor brings the flood” ha venduto 250.000 copie nel mondo conquistando lodi unanimi ovunque. Amano presentarla come la nuova regina dell’alt.country, ma non credeteci più di tanto. La rossa Neko, che in copertina se ne sta accovacciata sul cofano di un’automobile brandendo una grossa spada, è in realtà una Minerva agguerrita. Un’autrice e un’interprete molto più sfuggente e originale di quel che sembra a prima vista. Prendete le due cover che ha scelto per l’occasione: tutte e due datate 1974, entrambe lontanissime dall’immaginario comunemente associato a quel genere neotradizionalista che va noto con il nome di Americana. “Never turn your back on mother earth”, ammonimento protoecologista dei decadenti Sparks periodo “Propaganda”, diventa qui una piccola, coinvolgente sinfonia pop per cori e violoncelli. “Don’t forget me” di Harry Nillson, periodo “Pussy cats”, divorzio dalla moglie e sbronze epocali in compagnia di John Lennon, è arrangiata inventivamente per un’orchestra di sette pianoforti scassati, sistemati in fila indiana e suonati all’unisono. La bella e malinconica melodia in classico stile Brill Building ne esce esaltata, mentre la voce della Case, forte squillante e altissima nel missaggio, ricorda Petula Clark o la Agnetha degli Abba più di Patsy Cline. Molto belle, tutte e due. Che siano forse le cose migliori, però, è indice che non tutto fila liscio in un disco che pure arriva al momento giusto, quando tutta la stampa che conta è ai piedi della Case e i musicisti più cool di una certa America rispondono prontamente alla sua chiamata. Rieccoli: Garth Hudson della Band, Steve Berlin dei Los Lobos, Howe Gelb dei Giant Sand, Joey Burns e John Convertino dei Calexico, l’immancabile M. Ward, i New Pornographers di cui lei stessa fa parte. Quanta grazia di Dio, quanti stimoli: pure troppi, magari, e sarà per questo che “Middle cyclone” è un disco un poco disorientato e disorientante. Senza un centro di gravità permanente, si direbbe. Lo ascolti due, tre, quattro volte e ne afferri ogni volta un frammento, un brandello di senso in più. Lo ascolti cinque, sei, sette volte e rimani con un punto interrogativo stampato in fronte. Del country noir che ce l’aveva fatta apprezzare in passato qui sopravvive abbastanza poco: la bella melodia appalachiana di “The pharaohs”, chiosata da un organetto da antica fiera di paese (lo manovra Hudson, chi se no?) che fa il paio con i carillon, i dulcimer e i pianoforti senza tasti e senza pedali di cui si diceva sopra; la bellissima “Prison girls”, chitarra tremola da spy story a suggerire un’atmosfera sinistra e obliqua; gli staccato chitarristici e gli accenti ritmici di “Red tide”, atmosfera vagamente onirica sottolineata da una sezione di sax sovraincisi da Berlin. Stanno tutte stipate nell’ultimo terzo del disco, il migliore. L’incipit invece è più gagliardo, sostenuto ma anche meno memorabile: ritmi svelti alla Smiths e ritornelli Brit Pop (“People got a lotta nerve”), canzoni belle ma incompiute (“The next time you say forever”), valzer mitteleuropei sull’orlo del caos (“Polar nettles”), macchie impressioniste (“Vengeance is sleeping”), scampoli di Simon & Garfunkel (“Middle cyclone”, delicata ma un po’ monotona), articoli esotici come “Fever”, lounge music elegante e riflessiva (“Magpie to the morning”, un altro degli articoli migliori). Gran coraggio, non c’è che dire, e un approccio curioso, stimolante, alla scrittura delle canzoni, all’arrangiamento, all’esecuzione. Ma rimane in retrogusto un sapore di incompiuta, l’idea di una grande potenzialità in sospeso; come un grande tuono che non scarica pioggia, se vogliamo restare in ambito meteorologico. Non è un disco esattamente a fuoco, “Middle cyclone” e per questo le lodi sperticate che piovono da ogni dove, Rolling Stone e Pitchfork in primis, mi sembrano un tantino esagerate. Magari è solo questione di tempo e di pazienza, dopo otto nove dieci ascolti cambierò parere anch’io.


(Alfredo Marziano)
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