«PICCOLA FACCIA - Cristina Donà» la recensione di Rockol

Cristina Donà - PICCOLA FACCIA - la recensione

Recensione del 09 apr 2008

La recensione

“La quinta stagione” riecheggia ancora nelle orecchie, a sette mesi scarsi dalla sua pubblicazione, e un nuovo album di Cristina Donà arriva inatteso e forse anche prematuro, rispetto ai tempi lenti di digestione dell’industria discografica di oggi. Per impianto e concezione – nessun inedito, due cover e dieci titoli già noti riarrangiati in chiave minimalista, quasi restituiti alle loro origini di “demo” – vien da pensare a una parentesi, una nota a margine, una pausa di riflessione: uno di quei dischi che di solito si vendono ai fan ai concerti, o tramite il sito Internet, ma che invece esce con tutti i crismi ufficiali e il pieno appoggio promozionale della nuova casa discografica della Donà, la major EMI. Non so se sia una mossa giusta per il mercato mainstream, non so se abbia senso cercare di spingerlo in radio con un singolo, ma il disco è delizioso. “Piccola faccia” è il titolo più giusto, ripescato da quel primo album, “Tregua”, da cui sono passati poco più di dieci anni: una canzone ma anche, spiega Cristina, “uno stato d’animo, un autoritratto che mi vede alle prese con l’essenza delle canzoni, quella fatta dal suono di pochi strumenti e di una voce”. Donà e i suoi produttori (alla console c’è di nuovo l’accorto Peter Walsh) non hanno mai amato inondare i dischi di suoni e di colori. E in fondo, come ha spiegato lei stessa ai giornalisti, questa è la strada che aveva già intrapreso con il disco precedente, poca elettricità in favore di una acusticità pulita ed essenziale. Conquistano, ancora una volta, la misura e la compostezza di un’interprete che non abusa mai delle sue notevoli corde vocali (cantanti così, in Italia, sono diventati più rari degli orsi marsicani). E strappano un sincero applauso i ricami preziosi alla chitarra di Francesco Garolfi, comprimario essenziale in queste dodici tracce: preciso e discreto, sicuramente ferrato in storia della musica, è lui il piccolo eroe nascosto di questo piccolo disco che l’autrice invita ad ascoltare comodamente seduti in poltrona, ad alto volume e ad occhi chiusi. Si sente profumo di blues, ma anche del primo John Martyn e di Nick Drake (una cover di “Saturday sun” non è entrata per un pelo in scaletta) negli arpeggi delicati della title track, che la Donà scrisse come personale omaggio a Patti Smith. Un pezzo decisamente invernale, come “Mangialuomo” che chiudeva “Nido” (1999) e che qui ritorna senza sezione fiati di contorno e un velo di malinconia in più. Altrove si respira aria di autunno, o di estate al tramonto: “Dove sei tu”, che intitolava l’album di cinque anni fa, è ancora più eterea dell’originale, mentre “Settembre” (roba recente, era il pezzo di apertura de “La quinta stagione”) cambia colore grazie alla volitiva personalità di Giuliano Sangiorgi dei Negramaro, ospite di lusso dell’album. Non sono un suo grande fan, ma devo ammettere che l’accoppiata trova una sua ragion d’essere proprio nelle divergenze timbriche e temperamentali dei due interpreti. “Stelle buone” e “Nel mio giardino” sono rese in punta di voce e di dita, mentre “L’aridità dell’aria”, qui in veste folkeggiante, resta un’ottima vetrina per la vocalità di Cristina, che proprio cimentandosi sul repertorio più antico evidenzia i suoi progressi (più ricca di sfumature, più precisa nella dizione). Con “Goccia” e “Universo”, probabilmente i due pezzi più belli in catalogo, era difficile fallire: la prima, ipnotica e impressionista come i giochi d’acqua di Ravel, baratta voce e cornetta di Robert Wyatt con una bella chitarra pinkfloydiana, liquida e trasparente; la seconda mette a nudo la stupenda melodia ma soffre più di altre la perdita di un arrangiamento compiuto, forse perché il confronto è così ravvicinato. Restano le due cover: Peter Frampton e Terence Trent D’Arby (alias Sananda Maitreya) potrebbero sembrare due ospiti inattesi a casa Donà, non fosse che ci aveva già sorpreso con “How deep is your love” dei Bee Gees. Ma “I’m in you” è di una semplicità toccante, e l’elegante bossa nova di “Sign your name” porta Cristina in territorio pop soul, dalle parti della giovane Adele o della navigata Sarah Jane Morris. Non è più la musa dell’indie rock, e sia detto come un complimento.


(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

01. Piccola faccia
02. L’aridità dell’aria
03. Goccia
04. Salti nell’aria
05. Settembre
06. Sign your name
07. Mangialuomo
08. Stelle buone
09. I’m in you
10. Dove sei tu
11. Nel mio giardino
12. Universo
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