«VAGO SVANENDO - John De Leo» la recensione di Rockol

John De Leo - VAGO SVANENDO - la recensione

Recensione del 12 feb 2008 a cura di Daniela Calvi

La recensione

Si è parlato molto di questo disco, fino a farlo diventare uno dei più attesi nella scena musicale italiana: “Vago svanendo” di John De Leo. Un nome che solo a sentirlo pronunciare fa sbarrare gli occhi se si pensa alla sua passata esperienza con i Quintorigo, uno dei gruppi più all’avanguardia che la musica nostrana abbia avuto negli ultimi dieci anni.
Fans (e non) hanno atteso la pubblicazione di questo suo primo album solista, con la paura e la curiosità di poter avere tra le mani un lavoro più ostico che popolare, più articolato che semplice. Invece, avere tra le mani questo disco è un gran piacere. Sia per il tatto, grazie al materiale utilizzato la copertina, sia per la vista, perché la confezione è bella da vedere, con un’attenzione davvero notevole per gli inserti, per i colori, per i particolari e per le illustrazioni (di Mara Cerri). Poi c’è un altro senso che viene completamente appagato: quello dell’udito.
“Vago svanendo” e le sue undici tracce sono una continua sorpresa. Si parte con “Intro: 4 piano notes”, appena quarantasei secondi di sola musica che anticipano i successivi tre minuti di “Freak ship” dove l’unico strumento che si riesce ad identificare al primo ascolto è una batteria che scandisce sperimenti vocali e strumentali. Per ascoltare la prima e vera canzone del disco bisogna aspettare di arrivare alla terza, la lunare “Vago svanendo (lasum sté)”, introdotta da un pianoforte “picchiettato” che lascia subito la scena alla vera protagonista del brano, la voce di De Leo.
E qui ci si comincia a sorprendere. Si comincia ad avere la percezione che questo non sia per niente un disco difficile ed incomprensibile. La certezza la si ha con la traccia successiva, “L’uomo che continua”, una delle canzoni più orecchiabili e più pop del disco grazie ad un ritornello e ad arpeggio di chitarra immediati.
Come se non riuscisse a trattenersi troppo a lungo, in “Canzo” De Leo da nuovamente sfogo alle sue improvvisazioni canore e strumentali in un duello di botta e risposta tra la sua voce e il trombone di Gianluca Petrella.
“Tilt (c’è Mattia?)” è un altro degli episodi felici dell’album: in questo brano John, trombe, sax, clarinetti, oboe e cori danno voce ad un bambino che si sdoppia e si trova davanti a se stesso, quasi avesse un’altra personalità che gli impedisce di ritrovarsi e che lo manda letteralmente in “tilt”: “vado in tilt, faccio tilt, (c’è Mattia?) nella testa, (Mattia?) tutti matti, matti matti, matti in armonia”. Dalla settima canzone in poi (tenendo conto anche della curiosa “Bambino marrone”, scelta come primo singolo), De Leo libera influenze e contaminazioni: richiama Paolo Conte nella suggestiva “Spiega la vela”, riprende Leonard Bernstein (compositore e direttore d’orchestra statunitense) rifacendo “Big stuff”, portata al successo da Billie Holiday, usa la voce (nel vero senso della parola, De Leo in questo brano infatti non canta) su valzer e fiati in “Le chien et le flacon”, si spinge verso il rock con “Sinner” cantata in inglese e suonata insieme al gruppo Aidoru.
Dopo l’ultima canzone c’è spazio anche per una ghost track con un monologo di Alessandro Bergonzoni (scrittore, comico, attore), protagonista - insieme a John De Leo - del DVD allegato al disco, dove sono contenuti un altro monologo di Bergonzoni dal titolo “Il concetto di Theolone (Il suono della parola muta)”, un cortometraggio con la partecipazione di Stefano Benni, “Narrangonien”, e una galleria fotografica.
Altro che ostico, altro che incomprensibile: “Vago svanendo” è un disco pop, contaminato, sudato e sofferto (De Leo ha impiegato tre interi anni per registrarlo e decidersi di consegnarlo alle stampe). Possedere questo disco, prima che ci possegga lui, è sì un piacere, ma è anche un dovere nei confronti della musica italiana.

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