«THE LAST POST - Carbon/Silicon» la recensione di Rockol

Carbon/Silicon - THE LAST POST - la recensione

Recensione del 18 dic 2007

La recensione

Non basta risalire ai Clash e ai Generation X per rintracciare le origini di questa band, che dopo cinque anni di semiclandestinità tra il Web e i club inglesi s’è finalmente decisa a venire allo scoperto con la pubblicazione di un Cd. Mick Jones e Tony James, il carbone e il silicio, l’anima organica e quella sintetica di questa chimica combinazione, convivevano e suonavano assieme nel 1975, ai tempi dei London SS, due anni prima di diventare famosi tra i ragazzi con la cresta di King’s Road e poi nel resto del mondo. Il loro è uno strano connubio di passato e futuro, dal momento che i Carbon/Silicon hanno un suono vintage e un approccio modernissimo al mercato che privilegia il download gratuito da Internet, il file sharing e la libera circolazione di bootleg audio e video. Erano scomparsi tutti e due alla vista del grande pubblico, anche se James ha rimesso in piedi da qualche tempo i suoi famigerati Sigue Sigue Sputnik e Jones s’era rifatto vivo al fianco del bad boy Pete Doherty, producendo l’album dei Libertines e poi i Babyshambles. Ascoltando le dodici canzoni di “The last post”, però, non possono esserci dubbi sulla loro provenienza: anche se più che i padri nobili del punk inglese vengono in mente spesso quei Big Audio Dynamite che Jones mise in piedi negli anni ’80 con l’aiuto di Don Letts e di Leo “E-zee-kill” Williams, che qui suona il basso mentre James passa alla chitarra e Dominic Greensmith (Reef) siede ai tamburi. Immaginate i Rolling Stones che si trastullano con un laptop, ha scritto un giornalista inglese, e l’immagine rende bene l’idea anche se strada facendo sample ed elettronica hanno lasciato più spazio a chitarre e melodia. La voce di Jones ha ancora l’affascinante esilità e l’inconfondibile accento cockney di “London calling” e “Sandinista!”, in pezzi come “War on culture” che sembra una “Somebody got murdered” solo un po’ più lenta, o in “What the fuck” che tra explicit lyrics e citazioni di Sartre e Dostojevski ripropone i riff di “Clash city rockers”. E’ un suono familiare, quello di “The last post”, magari a volte anche un po’ déjà vu, e non è un caso che alla console sieda quel Bill Price che con Jones e James ha condiviso tante produzioni del passato. Un’ombra dell’approccio sguaiato e glam degli Sputnik rispunta nella dance rock madchesteriana di “Really the blues” e nel titolo di apertura, “The news”, mescolata a frammenti dei primi singoli B.A.D. come “The bottom line” e “E = mc2”: l’equazione è simile, poche e decise pennate di chitarra, bei ritornelli pop che restano in testa e beats che invitano a ballare e pogare. E in “Acton zulus”, uno dei pezzi più belli in repertorio, i due leader celebrano ancora una volta la “garageland” da cui provengono (“Tira giù le imposte/erigi una barricata/alza il volume a 10 e non cambiare neppure una corda/questa chitarra Black sa davvero swingare”). Sfoderando la sua antica vena da rocker (“The whole truth” ha il riff ostinato dei primi singoli dei Kinks) Mick Jones non rinuncia alla voglia di parlar chiaro (“Tell it like it is”), all’impegno civile e alle preoccupazioni terzomondiste, mettendo in chiaro che, ai tempi dei Clash, quelle non erano solo prerogative di Joe Strummer. Così canta ancora di terrorismo (oggi c’è “The magic suitcase” al posto delle “Spanish bombs”), di guerre di petrolio e di religione (“Oilwell”, “Why do we fight?”), della voglia di reagire alle notizie catastrofiche dei telegiornali (“The news”), dei danni di una società votata al consumismo insaziabile (“Caesars palace”), del diritto di chiunque a far quel che vuole senza essere crocefisso (ancora “War on culture”, che qualcuno ha letto come una difesa degli amici Doherty e Kate Moss). Ancora più significativa “National anthem”, che lamenta l’impoverimento morale di un paese rimasto senza guide autorevoli e ribalta la logica nichilista del punk con un lungo elenco di cose in cui val la pena credere. In tutto questo rivivono la passione civile e l’ostinazione un po’ donchisciottesca del vecchio, caro Joe Mellor. E chi se non Mick aveva diritto di prenderne in mano il testimone?



(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

03. The whole truth
05. Tell it like it is
08. Acton zulus
11. Oilwell
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