«WORKINGMAN'S CAFE' - Ray Davies» la recensione di Rockol

Ray Davies - WORKINGMAN'S CAFE' - la recensione

Recensione del 13 dic 2007

La recensione

Ma come, l’autore più British che ci sia che fa un disco tutto dipinto a stelle e strisce? A Muswell Hill, il tranquillo quartiere settentrionale di Londra in cui è cresciuto, potrebbero prendersela a male. Però era inevitabile, dopo i lunghi soggiorni di Ray Davies a New Orleans e il viaggio di scoperta dell’America intrapreso già con il precedente “Other people’s lives”. Stavolta per registrare s’è spostato a Nashville, mecca di musicisti pellegrini provenienti da tutto il mondo, salvo poi riportarsi il lavoro a casa, nella vecchia Inghilterra e nei suoi Konk Studios utilizzati per i missaggi finali. Tutto questo, e lui è il primo a dirlo, non significa poi quel gran che, a parte le frequenti citazioni della “Crescent city” nei testi, un accenno di marching band e qualche chitarra di sapore un po’ più yankee del solito. Insomma: non è che il vecchio Ray, a sessant’anni suonati, si metta di punto in bianco a fare l’elegia di canyon e autostrade, e se canta di cowboy al cinema, beh, quelli ormai stanno in Vietnam per via della globalizzazione. E’ l’apertura dell’album, intro fragoroso alla Link Wray e svolgimento post rockabilly alla Mark Knopfler per parlare di fabbriche che aprono a Saigon e Taiwan mentre a Cleveland e a Birmingham si licenziano operai: con tutto il dovuto rispetto al Sommo Autore, però, con questi argomenti se la cava meglio Billy Bragg. Ma evidentemente mr. Davies ha qualche sassolino nella scarpa da togliersi e non c’è da stupirsi, la vis polemica non gli ha mai fatto difetto. Eccolo allora inveire, tra i “la la la” apparentemente innocui di “One more time”, contro gli “avvoltoi dell’economia” e le corporation che lucrano sulle agevolazioni fiscali mentre i normali cittadini affogano nelle loro città sempre più invivibili; e, in “No one listen”, denunciare la guerra e l’incapacità di ascoltare nell’era di Internet e della comunicazione. Ma non prendete per oro colato tutto quello che dice, rischiereste di farlo incavolare di brutto: a chi gli si rivolge in cerca di risposte replica disilluso e un po’ scocciato con una delle canzoni più sincere del disco, “You’re asking me”, invitando con un urlo rauco a prendersi in mano la propria vita. E l’America? Beh, l’America se la ritrova in casa come tutti, anche senza andarsela a cercare in Louisiana o in Tennessee: vedi la deliziosa title track, dove rimpiange nostalgicamente il vecchio fruttivendolo con cui andava a far due chiacchiere in centro, ingoiato dal solito anonimo shopping mall. Il Davies che conosciamo e preferiamo, quest’ultimo, che tratteggia con acume i dettagli del quotidiano invece di incaponirsi a ragionar di massimi sistemi. Più energico e rock del solito (sarà l’aria degli Usa, questo sì), con tante chitarre, acustiche ed elettriche, con organo e cori, midtempo robusti e ballate come sempre irresistibilmente melodiche: un suono che qualcuno ha giustamente definito “transatlantico”, a cavallo tra due continenti rock. Uno degli esiti più felici è “Morphine song”, scritta da un letto d’ospedale nel periodo di convalescenza da una ferita d’arma da fuoco (a New Orleans il malcapitato e coraggioso Ray aveva provato a fermare un rapinatore di strada): e vien subito in mente l’analogia col suo classico dei classici, “Waterloo sunset”, la stessa predisposizione un po’ voyeuristica, la stessa atmosfera di malinconica frustrazione mentre si assiste immobili allo scorrere della vita altrui. Tra gli zombie e i latrati di “The voodoo walk”, invece, non sembra ancora completamente a suo agio (mica è Willy DeVille…) e in definitiva “Other people’s lives” era un disco più bello e vario, più ricco di intuizioni e di quadretti vivaci. Il Davies migliore, papà di Paul Weller e Damon Albarn, è comunque presente (“Imaginary man) con la nuova consapevolezza di uomo maturo che oggi cerca solo un po’ di pace e una religione su misura (“Hymn for a new age”) percependo più che mai lo stato transitorio delle cose (“In a moment”). Per fortuna sa ancora raccontarsi e raccontarci in musica come pochi.



(Alfredo Marziano)
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