«SHOTTER'S NATION - Babyshambles» la recensione di Rockol

Babyshambles - SHOTTER'S NATION - la recensione

Recensione del 17 ott 2007 a cura di Ercole Gentile

La recensione

Le ultime notizie lo danno per libero: dal carcere, dalla droga e da Kate Moss. Chissà, forse per Pete Doherty è giunto davvero il momento di mettere la testa a posto e dedicarsi pienamente a quella che pare essere la sua passione e professione: la musica. Il primo album dei Babyshambles (“Down in albion”, 2005), la sua creatura post-Libertines, fu un disco senza grandi pretese, troppo frammentato e altalenante, insomma non quello che ci si poteva aspettare da un personaggio con un curriculum come quello di Pete.
Con il nuovo lavoro “Shotter’s nation” i Babyshambles rilanciano la loro offerta musicale, cercando di darle quel tocco di maturità in più che mancava all’esordio. E ci riescono.
Si nota subito un sound maggiormente coeso e lucido, grazie anche alla collaborazione con il sapiente produttore Stephen Street (Smiths, Blur), il quale ha svolto anche la funzione di severo maestro e rigido controllore. Ecco allora che le frettolose strimpellate del primo lavoro si riducono drasticamente, mentre emergono singoli di grande impatto e diversi episodi da appuntare sotto la voce “davvero interessante”.
Partendo proprio da questi ultimi ecco “Unstookie titled” e “Lost art of murder”: la prima è un delicato indie-pop, marchiato da una soffice chitarra elettrica; la seconda è una leggiadra ballata per chitarra e voce che richiama gli anni Settanta, specialmente alcuni episodi di “Led Zeppelin III” (in particolare “That’s the way”).
Non si possono non citare anche il rock Seventies e l’Hammond di “Crumb begging”, il ritornello punk di “Side of the road” e soprattutto “There she goes”, una accattivante filastrocca dal sapore jazz.
Come si diceva sopra non mancano un paio di singoli più rock, orecchiabili, tipicamente dedicati al mercato inglese e tutto sommato piacevoli: “Delivery” (non a caso il primo estratto dall’album) e “You talk”.
Insomma “Shooter’s nation” è davvero un buon disco. Pete Doherty sembra aver ritrovato una vena compositiva fresca e variegata ed il produttore Stephen Street ha portato quella ventata di disciplina di cui necessitava lo sregolato artista. Se non si farà travolgere nuovamente dalla droga e dal music-biz ne sentiremo delle belle. In bocca al lupo, Pete.

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