«ONCE UPON A TIME IN THE WEST - Hard-Fi» la recensione di Rockol

Hard-Fi - ONCE UPON A TIME IN THE WEST - la recensione

Recensione del 27 set 2007 a cura di Davide Poliani

La recensione

Acoltando "Once upon a time in the west", il secondo album degli Hard-Fi, il timore è che ci sia ancora da aspettare per capire se effettivamente questi nuovi working class hero siano davvero destinati a cogliere l'eredità lasciatagli dai grandi del rock d'oltremanica, Strummer e Gallagher su tutti. Non che la band capitanata da Richard Archer, dall'uscita di "Stars of CCTV", si sia adagiata sugli allori paga dello status di "next big thing": l'evoluzione, contando anche i tempi relativamente brevi intercorsi tra i due lavori, c'è e si sente, soprattutto nell'emancipazione (parziale, a sentire passaggi come "Television") dalle sonorità clashiane dell'opera prima e nell'approccio - sicuramente più ricco e forte - alla scrittura e all'arrangiamento.
Dal canto loro, i ragazzi di Staines fanno del loro meglio per non confondersi nel calderone delle guitar band inglesi di oggi, cercando di rielaborare in maniera più originale possibile la lezione di chi ha issato la union jack in vetta alle chart nei decenni addietro: nulla di male, sia chiaro, perché l'operazione è fatta con assoluta genuinità e naturalezza, senza alcuna velleità citazionista o - molto peggio - costrizione modaiola. Ma, se da un lato si riconosce volentieri agli Hard Fi di "Once upon a time..." una freschezza che a molti loro colleghi (anche più celebrati) manca decisamente, dall'altro non si possono non individuare, negli undici episodi inclusi nel disco, diverse ingenuità che lasciano l'ascoltatore spiazzato: come se, in mancanza di un pezzo dalla personalità "forte" (come invece potrebbe essere "Suburban knights", per esempio, in apertura) i nostri iniziassero a brancolare nel buio in cerca di una via d'uscita, perdendo il filo del discorso e finendo per restituirci un'immagine parzialmente sfuocata della canzone che avrebbero voluto farci sentire. Peccati veniali, si potrebbe obbiettare: colpe da poco per una band caratterizzata da una certa "urgenza" creativa, e che di questa urgenza si è fatta portabandiera. Forse, ma il gioco, per gli Hard-Fi, si sta facendo pericoloso: la trafila per crescere la stanno facendo tutta (promesse al debutto, numeri uno alla seconda prova) e - fino ad oggi - le piccole mancanze sono state perdonate da pubblico e critica. Ma quando si è grandi, si sa, diventano tutti più severi e cattivi: spiacerebbe, un domani, vederli retrocessi dall'altare alla polvere per vizi che - col tempo - da piccoli sono diventati ingombranti. Anche perché, dopo anni passati a sorbirci l'epica e la poetica dei suburbs a stelle e strisce, tornare - anche solo per un disco - nel vecchio continente non dispiace affatto...

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