«STRANGEFOLK - Kula Shaker» la recensione di Rockol

Kula Shaker - STRANGEFOLK - la recensione

Recensione del 26 set 2007

La recensione

“Strangefolk” avrebbe dovuto essere il titolo del secondo disco dei Kula Shaker. Venne annunciato nel 1998, quando questa band era all'apice del successo: era reduce da un esordio con “K” - fusione di rock psichedelico anni '70 e influenze indiane – che aveva esaltato tanto la stampa inglese che il pubblico. Alla band di Crispin Mills toccò pure il compito (in)grato di fare da headliner della seconda serata della prima edizione del Jammin' Festival di Imola, sostituendo all'ultimo momento i Verve, anche loro all'apice del successo, ma già in preda a liti interne. La vicenda creò una serie di strascichi incredibili – questioni legali, polemiche – ma per la band fu il segno di quanto venisse tenuta in considerazione al periodo, anche fuori dalla patria.
Il disco, invece, uscì solo l'anno dopo, il 1999. Si intitolò “Pleasant, pigs & astronauts”, e fu un flop, nonostante fosse più che dignitoso. Contribuirono in maniera decisiva allo scioglimento della band le tensioni causate dalle accuse di simpatie filonaziste di Mills, risalenti ad una sciagurata intervista all'NME del 1997.
“Strangefolk” è invece il titolo del terzo disco di questa band, che arriva 8 anni dopo il suo predecessore. Da classificare sotto la dicitura “ritorni inattesi”: dopo fallimentari esperienze soliste di Mills, la band ha annunciato il suo ritorno sulle scene all'inizio dello scorso anno, con la formazione originale (è cambiato solo il tastierista) e, sopratutto, con lo stesso piglio.
Non sapendo niente di “Strangefolk”, si rischierebbe di scambiarlo per un disco della "summer of love" di fine anni '60, qualcosa sulla falsariga dei Jefferson Airplane o giù di lì. Questo è sempre stato il pregio ed il difetto di Mills e soci, oggi come allora. Però le canzoni, oggi come allora, sono ottime, e arrangiate bene, seppure in maniera tremendamente inattuale. Gli episodi migliori sono quelli più “psichedelici”, come “Song of love/Narayana”, con i suoi coretti indiani, o “The fool that I am”. Rispetto ai due dischi di metà anni '90 manca forse la canzone-killer, ma il disco non ha cadute di tono, rimane dall'inizio alla fine su alti livelli.
Forse oggi i Kula Shaker non saranno più la “next big thing” che si credeva che fossero. Forse questa mancanza di pressione e di aspettative non può fare che bene, a giudicare da questo disco, perché, oggi come allora, i Kula Shaker continuano a fare ottima musica.
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