«DRASTIC FANTASTIC - KT Tunstall» la recensione di Rockol

KT Tunstall - DRASTIC FANTASTIC - la recensione

Recensione del 25 set 2007

La recensione

La star, in questo caso, è la canzone. Pochi, almeno in Italia, conoscono il nome di KT Tunstall o sanno che faccia ha (una bella faccetta paffutella e impertinente, per inciso). Tutti invece hanno sentito la sua “Black horse and the cherry tree”, un folk pop blues mosso e intrigante che, grazie soprattutto a un ritornello furbetto e a presa rapida (“ooh ooh, ooh ooh”), è diventato un tale tormentone che pure le veline di Striscia lo ballavano in prime time televisivo. Di lì in avanti per lei la strada è stata in discesa. Altri due singoli di successo, un bottino di cinque milioni di copie vendute con l’album di debutto “Eye to the telescope”, premi e nomination a cascata: oggi KT è così “hot” (parola di Steve Jobs), che il santone della Apple l’ha voluta per chiudere con un’esibizione voce e chitarra l’ultima presentazione-evento organizzata dalla società di Cupertino a San Francisco (c’entreranno i suoi rapporti di affettuosa amicizia con la EMI, prima etichetta a fornirgli musica digitale senza i lacci e lacciuoli del DRM? Verrebbe da pensare di sì). “Drastic fantastic”, secondo album della trentaduenne scozzese, ha dunque un compito difficile: restare al passo con i record segnati dal suo predecessore, non tradire le aspettative di casa discografica e commercianti. Lo si capisce subito, che mira alto: la copertina “glam”, scintillante e sopra le righe (ironia voluta? Comunque sembra più adatta a Kylie Minogue che alla sanguigna cantautrice di St.Andrews), la produzione linda e smerigliata, la dieta accuratamente bilanciata del menù proposto. “Hold on”, il singolo che tira la volata, è un pop rock scattante e ben congegnato con qualche aroma etnico: funziona, anche se non ha la freschezza e la genuinità di “Black horse”. E “Little favours”, il pezzo di apertura, fa capire chiaramente dove si vuole andare a parare: ancora chitarre belle e robuste e una voce che, pur con qualche rugosità e accento bluesy in più, si piazza idealmente a metà strada tra Dolores O’Riordan e Dido (anche se il paragone con quest’ultima, già suggerito da qualcuno in passato, non piace all’interessata: “Ma se non sa neanche cantare!” fu il suo sdegnoso commento qualche anno fa, poi prontamente rimangiato). Altre citazioni, magari involontarie, non mancano: “Hopeless” ha l’andamento e lo sviluppo melodico di certe cose di Aimee Mann, “I don’t want you now” sfoggia gusto Brit Pop d’annata (a me vengono in mente gli Housemartins, o i Jam in versione più leggera), “Funnyman” un bel timbro fuzz, un ukulele e qualche vaga reminiscenza Specials/UB 40. Sta sempre in bilico tra due sponde, la Tunstall, il pop da classifica e il folk da piccolo club. Da un lato sciorina operine innocue di gusto radiofonico, “If only” e “Saving my face”, dall’altro begli spunti intimisti e riflessivi come “Beauty of uncertainty” (che ricorda un po’ la sua vecchia collaborazione con gli Oi Va Voi) o “White bird”, nel cui arpeggio acustico vagano le ombre del connazionale Bert Jansch e del giovane Paul Simon, quello che si faceva le ossa nel circuito folk revival inglese a metà degli anni Sessanta. E’ la parte migliore del repertorio, peccato che la Tunstall non la persegua con più convinzione. D’altronde è anche quella che paga meno in termini di risultati immediati, di airplay radiofonico e di moneta sonante: buon per la EMI, che su questo disco punta molto per far cassa, meno per chi desiderava una KT un po’ più menefreghista e maleducata.
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(Alfredo Marziano)
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