«LEFT OF THE MIDDLE - Natalie Imbruglia» la recensione di Rockol

Natalie Imbruglia - LEFT OF THE MIDDLE - la recensione

Recensione del 28 gen 1998

La recensione

Per capire come mai Natalie Imbruglia sta cominciando a spopolare anche da noi, potremmo fare riferimento a Lara Croft, icona del videogame-cult "Tomb raider". Non è bellissima, non è la prima, non fa cose mai fatte prima. Pure, è la cosa giusta al momento giusto. Il mondo del pop è alla ricerca di una nuova icona musicale e mediatica, una che abbia uno spessore un po’ superiore alle Spice girls - vi sembra un caso che tutte queste manie collettive, da Lady Diana in giù, partano dall’Inghilterra? Così, nella perfida Albione compare questa faccina graziosa (vista di persona, credetemi, è deludente - ma c’è chi disse lo stesso di Madonna...). Nata in Australia, di origini italiane non molto coltivate, la nostra Natalia si era fatta strada con la pubblicità delle gomme da masticare e una parte in una soap molto popolare nella terra dei canguri, trasmessa anche nel Regno Unito. Siccome lei stessa dice: "Ho sempre saputo cosa volevo diventare, sin da quando sono nata"), decide di trasferirsi a Londra e attendere la grande occasione. La quale arriva dopo due anni, quando le viene proposta la canzone "Torn", già incisa un paio di anni fa dalla cantante norvegese Trine Rein, con scarsi risultati. Perché era la canzone giusta, ma senza la faccia giusta e il momento giusto. A Natalie va molto meglio, perché ha tutti questi requisiti e anche il video giusto. E così, eccoci di fronte a "Left of the middle", il primo album. Del quale si può dire, con una certa larghezza di manica: caruccio. Ma innamorarsi del disco è più difficile che innamorarsi di lei. E’ vero che è un album di debutto (ma vale questa premessa per chi viene abilmente proiettato nelle charts?), ma nelle 12 canzoni domina una certa fragilità, sembra sempre che manchi qualcosa per decollare. E cosa manchi lo si sente immediatamente: la sincera e aggressiva inquietudine di Alanis Morissette, citata dalla stessa Natalie come punto di riferimento attuale (quello passato è invece la Joni Mitchell di Court and Spark, ma in questo caso l’influenza è del tutto assente). In "Don’t you think" e "Impressed", non a caso i due brani più robusti del disco, ci si va vicinissimi, manca solo il grido vendicativo di Alanis "Non ti permetto di dimenticare in che casino mi hai lasciata". Ma Natalia, a dispetto di uno stile vocale identico a quella dell’autrice di "You oughta know", è più intimista e vagamente depressina. Una ragazza del suo tempo, pronta a proporsi come intrigante modello, a posare per una più efficace diffusione della sua immagine (impressionante il numero di siti internet già sorti) e nello stesso tempo a scrivere testi malinconici ma senza tensione.

Il Morissette-sound imposto dall’abile team che sovrintende alle operazioni (Phil Thornalley, Nigel Goldrich) aleggia su tutto il disco, che vede i suoi episodi migliori quasi tutti collocati verso la fine. Se riuscite a sopravvivere al clima delicatino e noiosino delle prime cinque-sei canzoni e non vi viene voglia di mordere i sassi, la vostra malsana passione per il visino cerbiattesco di Natalia verrà premiata. Se invece vi piace solo "Torn", vi consigliamo l’acquisto del singolo, corredato tra l’altro da tre brani che non appaiono in "Left of the middle" e che forse avrebbero movimentato un po’ di più il disco.

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