«PERSONAL FILE - Johnny Cash» la recensione di Rockol

Johnny Cash - PERSONAL FILE - la recensione

Recensione del 20 giu 2006

La recensione

Nell’estate del 1973, periodo a cui risale la maggior parte delle incisioni raccolte in questo doppio cd, Cash era un energico quarantunenne tornato dall’inferno grazie all’amorevole cocciutaggine della seconda moglie June Carter (sì, è la storia raccontata al cinema da “Walk the line”) e veleggiava placidamente tra dischi “concept” di ispirazione storico-patriottica, “America” dell’anno precedente, “Ragged old flag” di quello successivo. Nella quiete domestica di House Of Cash, il suo quartier generale a Hendersonville, in Tennessee, coltivava però anche un giardino musicale più intimo e privato: il suo “personal file”, appunto, che il figlio della coppia, John Carter Cash, ha rinvenuto nella primavera di due anni fa con l’aiuto dei discografici della Legacy, perfettamente conservato in una serie di anonime scatole bianche impilate in un angolo del suo studio di registrazione. Quarantanove di quei nastri gettano ora luce su questo Cash “da salotto”, perfettamente a suo agio nel formato voce e chitarra acustica vent’anni prima che la serie degli “American recordings” (che tra un paio di settimane si chiuderà con un volume postumo, contenente le ultime registrazioni prima della scomparsa) circonfondesse di gloria i suoi ultimi anni di vita.
Viene naturale, il confronto, e il figlio di Cash ricorda che fu proprio suo padre a raccontargli di quel lontano progenitore dei dischi prodotti da Rick Rubin, una raccolta di canzoni che allora la Columbia non volle pubblicare per manifesta carenza di potenziale commerciale. Sono cose diverse, però: perché questo è un Cash ancora giovane, rilassato, colloquiale, incline ad affettuosi ricordi di infanzia e di gioventù, tutto rivolto al passato e alla musica di stampo tradizionale; manca del tutto, insomma, il confronto con l’oggi (anche musicale) e con un futuro dall’orizzonte sempre più breve, manca la tensione drammatica, il clima struggente da fine corsa, quel senso di mistero e di pace conquistata con sangue, sudore e lacrime che ha fatto delle “registrazioni americane” uno dei capitoli più densi e commoventi della musica popolare americana degli ultimi quindici anni.
Eppure anche questo è a suo modo un testamento spirituale, come Greil Marcus acutamente sottolinea nelle note di copertina. Parlano per lui le canzoni: quelle del primo disco omaggiano i sentimenti amorosi e i vincoli familiari, dipingono il grande paesaggio americano fatto di praterie, di fiumi e di foreste, viaggiano attraverso il subcontinente dalle montagne del Tennessee al Missouri, dalla Louisiana al grande Nord (“Saginaw, Michigan”, “When it’s springtime in Alaska (It’s forty below)”, Girl in Saskatoon”), raccontano di cowboy e di minatori (il poema “The cremation of Sam McGee”), di pescatori, cacciatori d’oro e cacciatori d’orsi con il picking quieto e sicuro della sei corde e quello straordinario vocione che negli ultimi anni ci è tornato familiare. Tra una canzone e l’altra, tra i traditional del primo Novecento e i brani autografi difficilmente distinguibili gli uni dagli altri, Cash si abbandona a ricordi e confessioni sul come e perché ha imparato o gli è venuto in mente di scrivere una canzone: e tornano le memorie di pomeriggi passati ad ascoltar dischi sul giradischi Victrola dei vicini (“There’s a mother always waiting at home”), delle prime esibizioni scolastiche in pubblico (“Drink to me only with thine eyes”), della Carter Family e dei Louvin Brothers che gracchiavano melodie arcane alla radio, con qualche rara concessione all’attualità (“Paradise” di John Prine, una toccante ballata di impronta nostalgico-ecologica, proviene da session successive dei primi anni ’80) e intimi riferimenti autobiografici (come non pensare alla terribile storia del fratello morto giovanissimo ascoltando “The engineer’s dying child”?). Il gospel folk del secondo cd, a tema, racconta bene della conversione religiosa dello scapestrato rock’n’roller, che vede la pace oltre la collina (“Over the next hill (We’ll be home)”), che insinua il dubbio sull’amore di Gesù Cristo per Maria Maddalena (“If Jesus ever loved a woman”: non c’era bisogno di aspettare il Codice Da Vinci…), che si canta da solo gli inni a chiamata e risposta (“Sanctified”), che passa il testimone della tradizione (“The way worn traveler”: dalla Carter Family a Cat Power, attraverso il Dylan di “Paths of victory”), e che nella parabola di “A half a mile a day” racconta magistralmente la fatica e l’umiltà che ci vogliono per arrivare alla vera redenzione. Come scrive Marcus, “Cash scompare nelle sue canzoni”: che però, tutte insieme, raccontano l’uomo quanto e forse più del musicista.

(Alfredo Marziano)
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