«FICTIONS - Jane Birkin» la recensione di Rockol

Jane Birkin - FICTIONS - la recensione

Recensione del 14 apr 2006

La recensione

Forse il titolo inganna. Perché sembra esserci non poca autobiografia in queste “finzioni” letterario-musicali, ispirate almeno in parte a scampoli di vita vissuta della chanteuse inglese. Prendiamo la bella canzone che apre il disco, “Home”, confezionata prêt à porter per lei da Neil Hannon dei Divine Comedy: e in cui tra uno scampanar di chitarre smithsiane – sembra di riconoscerlo subito, il tocco squillante di Johnny Marr – la cantante chiede a se stessa dove stia di casa, “il posto in cui abita il cuore”. Non lo ha mai saputo neppure lei, l’icona British di Francia (già di per sé un paradosso, questo). Sempre inquieta, spesso in movimento tra le due coste della Manica, e anche qui ritratta in copertina mentre cammina a passo svelto per strada. In “Waterloo station”, un altro dei momenti migliori del disco, è Rufus Wainwright a dipingerla come una pendolare sull’asse Londra-Parigi, citando deliziosamente i Kinks di “Waterloo sunset” (“non quella degli Abba”) con una delicatezza nostalgica che ricorda tanto gli insegnamenti di mamma e zia, le sorelle McGarrigle. E “Living in limbo” di Gonzales, il versatile talento canadese di base a Berlino che è anche responsabile di tutti gli arrangiamenti, reitera il concetto fin dal titolo, parlando di una vita passata a fare e disfare valigie.
Si sarà capito il meccanismo base del disco: non più i duetti del precedente “Rendez-vous” ma un nuovo grappolo di cover alternate a brani scritti appositamente per la sessantenne ma tuttora fascinosa ex musa di Gainsbourg. Sono della partita anche gli emergenti Magic Numbers, che con “Steal me a dream”, un esile ma grazioso carillon gospel, confermano le loro doti di giovanile freschezza. E Beth Gibbons dei Portishead è un’altra che ha preso sul serio l’impegno, risultando magari più prevedibile ma sempre molto stilosa nella sua “My secret”: qui, come nella rilettura di “Mother stands for comfort” di Kate Bush (da “Hounds of love”), l’interprete sfoggia doti di notevole camaleontismo musicale, tanto da ricordare quasi alla lettera i modelli originali. Più spiazzante è “Où est la ville”, con quel glaciale ritmo disco a metà tra Pet Shop Boys e Patrick Hernandez che trascolora in tango metropolitano e la Jane pronta a tirar fuori il meglio dalle sue flebili corde vocali. Tom Waits e Neil Young sembrano nomi quasi inevitabili, quando si tratta di scegliere una cover: Birkin e i suoi bravi collaboratori, capeggiati dal produttore Renaud Letang, hanno almeno l’accortezza di evitare i percorsi più battuti scegliendo, del primo, la title track dall’album “Alice” (2002), melodica e fumosamente jazz; e celebrando, del lunatico canadese, il lato più tenero e sentimentale (“Harvest moon”).
In virtù del doppio passaporto, e anche del duplice mercato a cui tenta di rivolgersi, Jane non rinuncia naturalmente al francese: così in “Sans toi”, un lieve pop reggae che sta dalle parti di Manu Chao, tra le spazzole e le suggestioni da colonna sonora in bianco e nero di “La reine sans royaume”, infine in un toccante recitativo sulla “Pavane pour une infante défunte” di Ravel adattata da Hervé Guibert. Conservando, sempre, quel suo aplomb un po’ algido, e l’eleganza un po’ distante di chi vive rannicchiato nel suo limbo esistenzial-musicale. Probabilmente, è solo sincera e fedele a se stessa. A dispetto del titolo.

(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

01. Home
02. Alice
06. Où est la ville
10. La reine sans royaume
12. Image fantôme – Pavanne pour une infante défunte
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