«BALLAD OF THE BROKEN SEAS - Isobel Campbell» la recensione di Rockol

Isobel Campbell - BALLAD OF THE BROKEN SEAS - la recensione

Recensione del 14 feb 2006

La recensione

Rieccolo, il mito intramontabile della bella e la bestia, dell’orco e la fatina, aggiornato al pop dei nostri tempi. L’inedita coppia protagonista di questo disco vanta illustri precedenti e cita esplicitamente Serge Gainsbourg & Jane Birkin, Lee Hazlewood & Nancy Sinatra come modelli di riferimento; ma potrebbero venirne in mente tanti altri, l’uomo in nero Johnny Cash con l’angelica moglie June Carter, oppure i semi cattivi di Nick Cave ammantati dalla vocina maliziosamente infantile di Kylie Minogue (“Where the wild roses grow”, una decina d’anni fa). Funziona quasi sempre, perché è facile che tra due poli opposti si creino campi magnetici, sfrigoli tensione erotica, prendano forma dinamici contrasti in chiaroscuro. Succede anche stavolta e nonostante i due, l’eterea ex di Belle & Sebastian e il trucido romantico già con Screaming Trees e ora con i Queens Of The Stone Age, abbiano lavorato soprattutto a distanza: lei nella nativa Glasgow, lui a Los Angeles, usando la posta elettronica per scambiarsi i frutti del loro lavoro prima di convergere finalmente nello stesso studio di registrazione. Così va il mondo, oggi, ma da queste session in buona parte virtuali è venuto fuori un disco ruvido e al naturale che suona come fosse registrato venti, trenta o quarant’anni fa: chitarre soprattutto acustiche pizzicate con delicatezza, pianoforte, ritmiche appena accennate, il violoncello di Isobel e poco altro. Anche il titolo evoca epoche remote e ballate alla Coleridge da marinai stanchi, storie e canzoni che la scozzese Campbell è abituata ad orecchiare fin da piccola e che, con i loro sfondi a tinte fosche, ben si adattano al timbro cavernoso e dark di Lanegan (“Tutti parlano della violenza nei testi di Eminem”, commentava qualche tempo fa la cantautrice americana Janis Ian, “si vadano a riascoltare il folk britannico”). “The false husband” congela forse l’istante più caratteristico di questo incontro/scontro: strofa con chitarra in puro stile Morricone western che Mark canta come fosse in una catacomba, refrain a ritmo di valzer interpretato da Isobel con una vocina appesa in cielo ad un filo sottile, prima che tutti gli elementi del puzzle si ricompongano nella seconda parte della canzone, scanditi dai rintocchi di una campana (a morto?). Spettrale, e tanti in effetti sono i fantasmi che aleggiano su questi 42 minuti di musica. In “Deus ibi est” e in “The circus is leaving town”, capo e coda del disco, è facile immaginare la pennata chitarristica e la baritonale voce narrante del Man In Black in persona (le sue “American recordings” sono un altro punto di riferimento riconosciuto dalla Campbell), mentre il folk vetusto da Monti Appalachi di “(Do you wanna) Come walk with me?” non avrebbe sfigurato su un disco di Gillian Welch e David Rawlings. In “Black mountain” Isobel guarda in direzione di Shirley Collins e di Jean Ritchie, gran dame del folk revival britannico, ma anche ai Simon & Garfunkel tradizionalisti modello “Scarborough fair”. L’ammaliante “Saturday’s gone”, con il suo tintinnar di chitarre e vibrafono, ha l’alone esoterico e sfuggente di una Vashti Bunyan o di certi suoi epigoni del movimento new folk, mentre lo strumentale “It’s hard to kill a bad thing” ricorda certe vecchie produzioni di Joe Boyd e gli arrangiamenti d’archi che Robert Kirby era solito confezionare per Nick Drake. Ci sono anche una “Ballad of the broken seas” nel solco della tradizione Cohen-Cave, un pop soul arioso stile anni ‘60 (“Honey child what can I do?”, unico uptempo della raccolta) e l’Hank Williams rivistitato di “Ramblin’ man”, sferragliante come un vecchio treno merci a vapore e accompagnata da schiocchi di frusta, pretesto per un video sexy-sadomaso con un bacio lesbico da far impallidire quello di “Juicebox” degli Strokes. Blues con un’anima nera, sensuale e sudaticcia, e fa piacere che la Campbell (si ascolti anche “Revolver”, firmata Lanegan) non abbia paura di imbrattarsi l’anima candida. A volte la sua musica è fin troppo evanescente (il valzerino gracile di “Dusty wreath” sembra un demo appena abbozzato) ma questo strano cuneo spazio-temporale tra le Highlands e il West, David Lynch e Sergio Leone, inferno e paradiso ha, a tratti, un suo fascino ineludibile.

(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

01. Deus ibi est
02. Black mountain
04. Ballad of the broken seas
05. Revolver
06. Ramblin’ man
08. Saturdays’ gone
09. It’s hard to kill a bad thing
11. Dusty wreath
12. The circus is leaving town
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