«COMFORT OF STRANGERS - Beth Orton» la recensione di Rockol

Beth Orton - COMFORT OF STRANGERS - la recensione

Recensione del 10 feb 2006 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Ci sono voluti quasi quattro anni a Beth Orton per realizzare questo suo quarto disco, “Comfort of strangers”. Anzi, si potrebbe dire che c’è voluta una carriera intera per arrivare fin qua, a produrre il suo disco più semplice e diretto.
La Orton ha iniziato a fare musica grazie all’elettronica e al DJ William Orbit, che l’ha scoperta e lanciata come vocalist. Lo stesso ruolo che le hanno affidato più volte i Chemical Brothers (la cui etichetta Astralwerks pubblica questo album). E la stessa Orton, esordendo come solista, aveva sempre mantenuto l'“imprinting”, mediando la sua vocazione a fare la moderna Joni Mitchell con le sue radici nella scena dei club londinesi. Le sue cose migliori erano erano arrivate quando la fusione di questi elementi era totale, come nel bel remix di "Central reservation" che le aveva dato un pò di notorietà nel '99. Ma non sempre ci riusciva, preferendo spesso canzoni semplici e acustiche, inserite in dischi comunque di una bellezza disarmante. “Daybreaker” (2002) era un po’ il punto di arrivo di questo percorso: molto prodotto, molto arrangiato e anche molto bello. Ma comunque un punto di non ritorno.
La scelta era: insistere sull’elettronica o fare la cantautrice pura e semplice. La Orton, con questo album, ha scelto la seconda strada. Si è fatta produrre dal mago del low-fi Jim O’Rourke (negli ultimi tempi in pianta stabile nei Sonic Youth, oltre che apprezzato solista), ha registrato il disco a New York con gente di quel giro, come il batterista dei Wilco Tim Barnes. E ha realizzato un album di una semplicità ancora più disarmante, in cui l’elettronica è del tutto sparita. E’ un disco di musica quasi rarefatta: la voce “spezzata” della Orton un po’ lo è sempre stata, adesso lo è anche la musica, fatta di “tocchi” di piano, chitarra e poco più.
I momenti migliori del disco (come quasi sempre nella musica della Orton) sono quelli in cui le canzoni si aprono e provano a decollare, come nel singolo “Conceived”, "Shopping trolley" e in “Shadow of a doubt”. Per il resto “Comfort of strangers” è un ottimo disco di cantautorato femminile, nulla di meno ma neanche nulla di più. E’ certo che la Orton, come scrittura e interpretazione, è un gradino sopra a molte sue colleghe del genere. E’ altrettanto certo che, eliminando la presenza dell’elettronica, ha perso una parte della sua identità che si era costruita fino ad ora, per sceglierne una – quella della cantautrice tradizionale – se vogliamo un po’ più banale.
Insomma, “Comfort of strangers” è un gran bel disco di cantautorato femminile; è consigliatissimo a chi ama il genere, ma forse rischia di perdersi un po’ in mezzo alle ormai tante scelte che proprio questo genere ormai da diverso tempo offre.

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