«ÇA IRA - Roger Waters» la recensione di Rockol

Roger Waters - ÇA IRA - la recensione

Recensione del 03 nov 2005

La recensione

Ricordate gli avventurosi anni a cavallo tra i ’60 e i ’70, quando i musicisti rock di un certo tipo iniziarono ad accostarsi al “classico” con un misto di accademica riverenza e incosciente sfacciataggine? Nacquero così i “Quadri di un’esposizione” musorgskjiani versione Emerson, Lake & Palmer, la “Gemini suite” di Jon Lord per gruppo rock (i Deep Purple) e orchestra, il “Concerto grosso” dei New Trolls, le “Six wives of Henry VIII” di Rick Wakeman e via dicendo… opere curiose e anche inventive ma spesso impacciate, ingombranti, rese indigeste dall’accostamento di sapori difficili da amalgamare e oggi – quale più, quale meno - irrimediabilmente datate. Con gli anni, le rughe e una reputazione stabile su cui fare affidamento i rocker hanno preso coraggio, spingendosi ad affrontare la materia con più disinvoltura e nuova sicurezza dei propri mezzi: ed ecco Paul McCartney cimentarsi nella scrittura di un Oratorio, Joe Jackson che si inventa una Sinfonia, Elvis Costello che flirta a più riprese e da angoli diversi con la musica seria. Roger Waters non è un membro dell’ultima ora di questo club esclusivo e un poco snob. Con cori e orchestra giocherellava già nel 1970 ai tempi del discusso ma imprescindibile “Atom heart mother”, mentre la sua marcia di avvicinamento a questo “Ça Ira” risale addirittura ai tardi anni ’80: quando Étienne Roda-Gil, autore di testi di successo per generazioni di chansonnier e pop star transalpine, da Juliette Gréco a Vanessa Paradis passando per Julien Clerc, Johnny Hallyday e Claude François, gli propose di tradurre in musica un suo libretto operistico di 50 pagine dedicato agli albori della Rivoluzione Francese e illustrato dalla moglie Nadine (testi e disegni sono contenuti nella porzione “enhanced” del doppio Cd).
C’è voluto del tempo, ma una volta uscito dai blocchi di partenza Waters ha divorato la pista e si è tuffato verso il traguardo con il furore sacro di cui è capace, come ben sanno i fan e i suoi ex compagni di imprese musicali. Sostenuto dalla Sony, non si è fatto mancare niente: orchestra di 82 elementi, direttore – Rick Wentworth - e cantanti di grido (le star sono il baritono gallese Bryn Terfel e la soprano cinese Ying Huang) più tre diverse formazioni corali, utili a confezionare un’opera in tre atti che supera i 110 minuti di durata. Non ci si aspettino promiscuità con il mondo rock, con la musica dei Pink Floyd e con quella del Waters solista. Di chitarre elettriche o batterie, qui, neanche l’ombra, anche se l’approccio del bassista-compositore alla materia lirica è spurio e non rigoroso. Chi sa di classica ha già rilevato un forte debito nei confronti di Puccini e altri, ma è vero che nello sfarzoso affresco complessivo c’è tempo e modo di includere altri linguaggi musicali, marcette militari e musica circense (proprio su una pista da circo si svolge l’azione scenica), sapori di musical e di spiritual caraibico: e “Silver, Sugar, Indigo” che apre la Scena 3 del Secondo Atto ricordando i moti insurrezionisti nelle Colonie francesi è uno dei momenti più godibili e inattesi del programma.
La firma di Waters si legge a fatica in controluce, le sue impronte digitali bisogna andarsele a cercare col microscopio: le voci bianche, naturalmente, che rievocano quasi per riflesso condizionato quelle di “Another brick in the wall”; l’uso dei rumori ambientali e naturali – vento, pioggia, temporale, cinguettio di uccelli, cavalli che nitriscono, ticchettio di orologi, crepitio di fucili e colpi di cannone – che i Floyd frequentavano amorevolmente già ai tempi di “Ummagumma” e del breakfast psichedelico di Alan; soprattutto i temi ricorrenti nel libretto, quelli sì in perfetta sintonia col mondo poetico e le celebri ossessioni watersiane: la follia del potere, la manipolazione delle masse, il rigido ordine sociale pronto a saltare in aria come una pentola a pressione troppo a lungo tenuta sul fuoco (o come il muro di “The wall”), lo slancio utopico macchiato dal senso di tragica ineluttabilità degli eventi. Lo stesso autore ha ammesso, in recenti interviste, i numerosi riferimenti alla situazione mondiale contemporanea, nella drammatica dialettica tra i ricchi privilegiati e massa povera dell’umanità destinata auspicabilmente a sfociare in un cambiamento per il meglio. Ma è come se Waters, per la prima volta in vita sua, non abbia osato imporre la sua visione delle cose, finendo soggiogato dal peso ingombrante della materia e della tradizione musicale con cui ha deciso di confrontarsi. Troppa enfasi (persino nelle note autografe di copertina ), troppa rigidità formalistica, poco slancio creativo. “There is hope”, “c’è speranza”, sottotitola l’ex Floyd evocando i moti idealistici e l’ottimismo della fase iniziale della Rivoluzione, prima del regno del Terrore e della ghigliottina. Ma qui, al contrario, di luce, aria, vitalità, ce n’è poca. Waters si conferma uomo da “Dark side”, molto più a suo agio nel suo angolo di luna.
(Alfredo Marziano)
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