«DEMON DAYS - Gorillaz» la recensione di Rockol

Gorillaz - DEMON DAYS - la recensione

Recensione del 19 giu 2005

La recensione

Casi come quelli dei Gorillaz rinfrancano la mente e le orecchie di chi ascolta e di chi si occupa di musica: in giro c’è ancora qualcuno grado di avere idee originali, di svilupparle, e di portarle al successo.
La storia forse ve la ricordate: nel marzo 2001 esce un singolo intitolato “Clint Eastwood”. A cantarlo è una band “virtuale”, nel senso che si nasconde dietro un’immagine a cartoni animati, creati dal cartoonist inglese Jamie Hewlett (quello di “Tank Girl”). Dietro questi cartoon, e dietro il nome Gorilaz, si nascondono delle persone reali: le menti sono il produttore/DJ Dan The Automator e il cantante dei Blur Damon Albarn, in libera uscita vista la crisi del suo gruppo. Il singolo ha successo perché è una gran canzone che mischia l’hip-hop con la melodia pop. E l’idea visiva del gruppo, portata avanti tramite stupendi videoclip e progetti multimediali, funziona eccome. Anche questa idea mischia origini diverse: la tradizionale “invisibilità” di chi fa musica elettronica con la necessità del pop di avere delle figure da mandare avanti sui media.
A quattro anni di distanza ecco di nuovo i Gorillaz, e il gioco funziona ancora eccome. Per un Dan The Automator che se ne va, arriva un Danger Mouse (il responsabile del famoso disco “illegale” “Grey album”, che mischiava i Beatles del “White album” con Jay-Z del “Black album”), e una sequela di ospiti: Ike Turner (ex marito di Tina), i De La Soul, Neneh Cherry, Roots Manuva, Shaun Ryder (ex Happy Mondays), il London Community Gospel Choir e l'attore Dennis Hopper, voce recitante su "Fire coming out of a monkey's head".
Il disco era talmente atteso che la Emi, come è successo con i Coldplay, ci contava per rimettere in sesto i conti. Arriva con un po’ di ritardo, ma ne vale la pena per noi che non abbiamo preoccupazioni di bilancio: a partire dal singolo, “Feel Good Inc.”, che unisce la voce di Albarn con strutture hip-hop e la voce dei De La Soul. C’è un po’ di Blur, e un po’ di Outkast in questa canzone, per intenderci. Perché questa è la formula, che di fatto non è cambiata, ma riserva sempre qualche sorpresa, come nell’arrangiamento di "Every planet we reach is dead", che mischia orchestre, jazz e la voce delicatamente lamentosa di Albarn. Voce che domina nella rock e “bluriana” “Green world” e in “El manana”.
Ecco, musicalmente il disco – e il progetto - sembrano funzionare di più in momenti come questi, quelli in cui la sperimentazione sonora e l’hip-hop e si mettono al servizio della canzone. Insomma, se il “pastiche” è la chiave della loro musica, i Gorillaz sanno anche non strafare. Cosa non facile, sentendo molta musica elettronica pseudo-pop dei giorni nostri: i Gorillaz sanno stupire, mantendo un senso musicale che molti presunti geni del campionamento neanche si sognano.

(Gianni Sibilla) .
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