«LULLABIES TO PARALYZE - Queens of the Stone Age» la recensione di Rockol

Queens of the Stone Age - LULLABIES TO PARALYZE - la recensione

Recensione del 20 mag 2005 a cura di Davide Poliani

La recensione

Ribadire l'identità di un gruppo per mezzo, principalmente, del proprio "mainman", per dirla all'anglosassone. I Queens of the Stone Age si erano trovati in una situazione di potenziale stallo, dopo l'esplosione di "Song for the deaf" e l'allontanamento di Nick Olivieri: una band che ha fatto del proprio affiatamento la propria arma vincente difficilmente supererà una crisi di tale portata, pronosticavano i pessimisti e gli iettatori. E invece, in "Lullabies to paralyze", Josh Homme e compagni hanno saputo dare prova di grande personalità artistica, consegnandoci un disco degno successore di quel "Song for the deaf" che fece conoscere gli ex Kyuss al grande pubblico.
Così, guidati dal granitico frontman (che - per "ragioni di praticità", ha ammesso lo stesso Homme - in più di una canzone ha registrato di persona quasi tutti gli strumenti), i nostri sono tornati alle origini, affondando le proprie sei corde nello stoner più desertico ed allucinato, affidandosi completamente alle proprie doti di interpreti e all'indubbio talento che da sempre li supporta. E' un disco meno immediato, questo, del predecessore, pur non mancando la felice vena che ha permesso al gruppo di diventare un fenomeno per molti e non per pochi: sicuramente più cupo, caratterizzato da chitarre fuzzy polverose e acide, "Lullabies..." ci restituisce uno stile di scrittura (forse quasi completamente affidato a Homme) meno definibile di quello presente in "Songs for the deaf" ma non per questo meno affascinante. Sicuramente più intensi e svincolati dalle strutture compositive più classiche, i QOTSA di "Lullabies..." non rincorrono più una nuova "No one knows", ma danno il meglio di se quando si arrendono alla loro ispirazione più genuina, abbandonandosi a torride derive quasi strumentali (come in "Burn the witch" o "Someone's in the wolf") o a refrain ossessivi (si vedano, ad esempio, "Tangled up in plaid", "In my head" o "Skin on skin"). E benché non manchino episodi "alieni" (l'acustica "This lullaby" in apertura, o il walzer psicotico che introduce "Blood is love", ma anche "You got a killer scene there, man...", con Brody Dalle e Shirley Manson ai cori), difficilmente potremmo individuare in "Lullabies..." una netta sterzata nel cammino di Homme e compagni. Chi li ha conosciuti con "Songs for the deaf", probabilmente, potrebbe rimanere spiazzato, ma chi segue da tempo la "famiglia" allargata di Josh, anche a prescindere dai QOTSA, quasi sicuramente apprezzerà.

Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.