«HUMAN AFTER ALL - Daft Punk» la recensione di Rockol

Daft Punk - HUMAN AFTER ALL - la recensione

Recensione del 19 mag 2005 a cura di Ercole Gentile

La recensione

Sono tornati. Non è lecito conoscere il pianeta sul quale abbiano alloggiato in questi ultimi quattro anni, ma stando a quanto dicono questo posto si chiama terra e loro si dichiarano umani, dopo tutto. L’ultima apparizione avvenne nel 2001 con “Discovery”, un disco di grande successo che confermò gli ottimi giudizi già riscossi con l’esordiente e sorprendente “Homework” del 1997. Insomma, alle prime due prove i Daft Punk centrarono pienamente il bersaglio. Si dice che non c’è due senza tre, ed in questo caso l’antico proverbio viene rispettato in pieno perché “Human after all” è davvero un ottimo lavoro.
Fin dalla confezione si può evincere quanto il disco punti alla sostanza e lasci da parte l’immagine: il booklet è composto da quattro pagine nere su cui stazionano televisioni dalle immagini pallide ed incolore (praticamente come le nostre), in una delle quali si intravedono due chitarre. Un’unica scritta campeggia in tutto il libretto: “Paris, september 13 to november 9 2004. All guitars by Daft Punk”.
Manuel e Thomas decidono, per questo terzo capitolo discografico, di cambiare ancora una volta rotta e di dirigere la loro navicella spaziale verso una personalissima visione della musica rock.
La canzone che esemplifica al meglio la nuova formula del duo francese è il singolo intitolato proprio “Robot rock”: riff chitarristico semplice e potente, un tappeto composto da sonorità elettroniche minimali, voci modificate e l’energia della techno-music. Il tutto ripetuto in modo maniacale dall’inizio alla fine. Ed è proprio questo il punto: l’ossessione non ossessiona! Meglio spiegarsi: nonostante le canzoni siano abbastanza simili tra loro e costituite da una struttura “terribilmente” semplice e basilare, “Human after all” non riesce ad annoiare l’ascoltatore, anzi è come se, passo dopo passo, il disco raccolga sempre più carica ed energia. Per capire al meglio questo concetto basta provare a concentrarsi su alcuni episodi: a partire dalla title-track nella quale campionatori e vocoder la fanno da padroni su un ritmo dance e una potente chitarra in sottofondo; “The prime time of your life”, dopo un inizio piuttosto soft, rischia di travolgere la mente con la potenza generata dall’entrata di un basso “che spacca” e da un suono di chitarra campionato all’infinito, fondendoli tra loro in un unico delirio sonoro; la danzereccia “The brainwasher” nella quale è presente fin dall’inizio un basso pesantissimo, introdotto dall’inquietante frase “I’m the brainwasher”, supportato da un classico sound alla Daft Punk; oppure la disarmante semplicità di “Television rules the nation”, nella quale un martellante basso viene scortato, dall’inizio alla fine, da un lineare accordo di chitarra e da insistenti sonorità elettroniche.
“Human after all”, comunque, non è solo potenza, ma annette al suo interno anche episodi decisamente più moderati e vicini alla musica pop. Basti pensare a canzoni come la dolce e leggiadra “Make love”, in cui è facile ravvisare una decisa influenza dei Kraftwerk, o alla conclusiva “Emotion”, sette minuti a base di tastiere pop che rimandano alla mente alcuni episodi presenti sul precedente “Discovery”.
In definitiva “Human after all” supera alla grande la prova. E’ incredibile come usando una formula molto ripetitiva, ossessionante, robotica, i Daft Punk siano riusciti a creare invece un album che travolge con la sua potente e distorta visione della musica rock, risultando piacevole anche nei momenti di minor tensione. Certo, non è quasi sicuramente un album da ascoltare in camera per rilassarsi, ma con l’estate e le feste all’aperto in arrivo, il “robot rock” del visionario duo transalpino funzionerà alla perfezione.

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