«RESULTS - Liza Minnelli» la recensione di Rockol

Liza Minnelli - RESULTS - la recensione

Recensione del 15 mag 2005 a cura di Franco Zanetti

La recensione

Un giorno magari mi capiterà di avere l’occasione di scrivere tutto il bene che penso dei Pet Shop Boys. Nell’attesa, colgo volentieri l’occasione di raccontare questa ristampa dell’album che Tennant e Lowe hanno scritto (quasi interamente) e prodotto nel 1989 per Liza Minnelli. Fra le signore con le quali il duo britannico ha in vario modo avuto a che fare (Dusty Springfield, Tina Turner, Kylie Minogue, Patsy Kensit degli Eighth Wonder, Miyuki Motegi, Yoko Ono, Kiki Kokova alias Sam Taylor-Woods, Allee Willis, Caroll Thompson, Jennifer Saunders e Joanna Lumley – e si vocifera di una prossima collaborazione con Sophie Ellis-Bextor) Liza Minnelli è probabilmente quella più affine allo spirito camp del quale i PSB sono indubbiamente estimatori; quindi non stupì più di tanto la notizia di una loro iniziativa comune (“a cross-generational gay icon culture clash”, come scrive elegantemente Chris Tighe). All’uscita, tuttavia, il disco non fece gridare al miracolo; né il riascolto a tre lustri di distanza rivela nell’album una perla rimasta celata fra le valve dell’ostrica. In qualche modo si ha la sensazione che l’avventura comune sia stata soddisfacente sì, ma non entusiasmante.
All’epoca, i PSB erano freschi del successo di “Behaviour” e l’attrice-cantante era ancora in buona forma fisica (come dimostrano le foto del libretto del Cd, che reca una lunga testimonianza di Chris Heath, e i tre video – “Losing my mind”, “Don’t drop bombs” e “So sorry, I said” - inclusi nel DVD “Visible results” che arricchisce la deluxe edition di cui sto riferendo); le premesse, dunque, erano le migliori possibili. Sette brani firmati Tennant-Lowe (dei quali cinque, a quella data, non erano ancora stati incisi dagli autori) e qualche bizzarra cover (“Twist in my sobriety” di Tanita Tikaram, con un rap di Donald Johnson degli A Certain Ratio; “Love pains” di Yvonne Elliman; e “Losing my mind” di Stephen Sondheim, trasformata da lugubre ballad in classico brano disco) compongono una tracklist di buono spessore; gli arrangiamenti sono efficaci, sia quelli per band (con le programmazioni di Fairlight di Chris Lowe) sia le orchestrazioni e direzioni d’orchestra di Anne Dudley per “I want you now”, “Tonight is forever” e “Rent” – in quest’ultima l’orchestra è soltanto diretta dalla Dudley: il solenne e grandioso score è firmato da Angelo Badalamenti, il collaboratore di David Lynch.
Ma il risultato complessivo, insomma, non fa gridare al miracolo. E, spiace dirlo, il punto debole è proprio la Minnelli: che non riesce quasi mai a uscire dal ruolo di torch singer, e quindi ad offrire interpretazioni vocali autenticamente pop, e dall’altra parte non ha il coraggio di spingere fino il fondo sul pedale del kitsch ultra-Broadway. Non mancano i momenti alti, sia chiaro: “Losing my mind” è un gioiellino (ancor più rilucente nel remix, incluso fra le bonus tracks); “If there was love” è suggestiva, con le sue citazioni shakespeariane, e “So sorry, I said” è maliconica ed emozionante. Ma altri episodi del disco sono decisamente meno riusciti (vedi la conclusiva “I can’t say goodnight”, con un sassofono alla Fausto Papetti di Courtney Pine); il che raccomanda l’acquisto del Cd solo ai fan e ai completisti.

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