«SONGS FOR SILVERMAN - Ben Folds» la recensione di Rockol

Ben Folds - SONGS FOR SILVERMAN - la recensione

Recensione del 12 mag 2005 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Se Ben Folds suonasse la chitarra, “Songs for silverman” sarebbe un disco alla Rolling Stones, pieno di riff. Invece suona il piano, e i riff li fa lo stesso, ma con i tasti bianchi e neri.
Ben Folds è una strana creatura del pop-rock americano. Guidava un trio che si chiamava Ben Folds Five, ed era una sorta di Elton John in chiave punk. Con il tempo la sua musica si è un po’ addolcita, senza mai smielarsi come certe cose del suo "modello". Anche da solista non ha perso il gusto dissacratorio nei confronti dell’America, né una certa vena di pazzia. Vena che lo ha portato a far riscoprire William Shatner (il “Capitano Kirk” di Star Trek di cui ha prodotto il recente disco, con la collaborazione di un altro suo idolo, Joe Jackson, e dello scrittore Nick Hornby) e a pubblicare singoli ed EP a raffica (tutti reperibili in rete; questo disco viene tra publicato anche in due versioni: una con DVD e una con un secondo CD di inediti registrati live).
Insomma: pazzo, ma con giudizio. Soprattutto come quando si concentra su un disco, senza disperdersi in pubblicazioni secondarie. “Songs for silverman” è appunto un concentrato di invenzioni pianistiche, che neanche i già citati Elton e Jackson sono riusciti a riunire nello spazio di un solo album. Ben Folds, come in “Landed” o “Jesuland”, costruisce su un giro di piano una canzone, gli crea un arrangiamento e una melodia fino a rendere il tutto praticamente perfetto.
Finalmente, quindi, un disco non dispersivo come molta della produzione di questo genietto del pop-rock. Forse non riuscirà mai ad avere il successo che i Keane – che fanno più o meno lo stesso genere, anche se più dichiaratamente pop – sono riusciti ad ottenere con un solo disco. Ma va bene così: Folds è un outsider, uno a cui piace stare al margine delle cose, per poterle vedere meglio e così raccontarle con più malinconico disincanto. Un po’ come fa nella conclusiva “Land”, toccante ricordo del compianto Elliott Smith.

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