«THE EMANCIPATION OF MIMI - Mariah Carey» la recensione di Rockol

Mariah Carey - THE EMANCIPATION OF MIMI - la recensione

Recensione del 25 apr 2005 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Dura la vita della diva. Dura cercare di essere sempre al centro dell’attenzione, cercare di fare qualcosa che spinga i media a parlare di te: che siano dischi, gossip o film poco importa. Dura la vita della diva quando questo qualcosa si rivela un flop clamoroso, e i media parlano sì di te, ma per deriderti: rischi l’esaurimento nervoso.
E’ la storia di Mariah Carey, che era la diva, ora è la diva decaduta. La sua storia la conoscete: grandissima voce, grandissime vendite di dischi, un marito che è tra i discografici più potenti al mondo. Poi il divorzio, un contratto megamiliardario che viene rescisso, un film che dire imbarazzante è essere teneri. L’esaurimento nervoso, poi un nuovo contratto e un tentativo di rinascita, quasi in sordina. “The emancipation of Mimi” è il secondo capitolo di questa rinascita, esce a quasi tre anni di distanza da “Charmbracelet”, primo disco uscito per la Universal.
E’ un disco che, diciamolo, fa tristezza. Perché Mariah un po’ si ostina ad atteggiarsi come la grande diva, come dimostrano la copertina, le foto del booklet, e certe dichiarazioni nelle interviste, certi atteggiamenti (un collega italiano ha recentemente raccontato di averla aspettata per quattro ore – quattro ore! – per fare un’intervista). Lo dimostra anche il disco, che è pulito e perfettino come si compete ad una cantante del suo rango. Troppo pulito e perfetto, sia quando tenta un r ‘n’ b come in “Stay the night” o in “Circles”, sia quando tennta l’inevitabile strada del campionamento, tanto di moda tra le sue colleghe (succede in “Get your number”, per esempio, che ricicla un vecchio successo degli anni ’80, “Just an illusion” degli Immagination), sia quando invita gli ospiti “giusti” (Nelly, Snopp Dogg, etc.).
Insomma, tutto troppo prevedibile, per quanto impeccabile. Un merito rispetto alle sue colleghe/concorrenti, Mariah, ce l’ha: almeno - rispetto alle varie J.Lo, Britney, etc. – non esagera con brani dai ritmi cervellotici e cerca di mantenere un po’ di senso della melodia. Tutto, comunque, per mettere in evidenza i suoi tipici “uh-uuuh” e i suoi vocalizzi, che non mancano mai: perché lei, rispetto alle colleghe, ha una gran voce. Usata spesso in modo fastidioso, ma pur sempre una gran voce.
Alla fine, “The emancipation of Mimi” (il soprannome che usano i suoi amici più cari) è un onesto disco di una brava cantante, confezionato in modo tamarro, come solo le dive (o le ex-dive) sanno fare. Nulla più e nulla meno, checché si cerchi di farci credere il contrario.

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