«PILEDRIVER - Status Quo» la recensione di Rockol

Status Quo - PILEDRIVER - la recensione

Recensione del 13 apr 2005 a cura di Franco Zanetti

La recensione

D’accordo, in Italia ce li siamo filati sempre pochino. Scorrendo la tracklist di una recente compilation doppia degli Status Quo, rilevo che i titoli di canzoni che a occhio possono (forse) dire qualcosa ai nostri lettori sono al massimo tre: “Rockin’all over the world”, “Whatever you want” e “What you’re proposing”. Del resto di una carriera che trova le sue primissime origini nel 1962 e che, 43 anni più tardi, vanta più di sessanta album contando anche le compilation più significative, qui da noi si sa poco o nulla: anzi, se non fosse per la presenza al Live Aid (gli Status Quo aprirono il concertone di Wembley) forse quasi nessuno sarebbe informato dell’esistenza della band. Che invece in Gran Bretagna fa parte del paesaggio musicale con una presenza radicata e rispettata: un fenomeno di longevità che in Italia può essere equiparato solo a quello dei Nomadi e dei Pooh.
I gruppi italiani citati non assomigliano per nulla, però, ai Quo: il cui itinerario musicale ha percorso una sua strada lineare, caratterizzata solo da una svolta importante (e determinante) all’inizio degli anni Settanta.
Dicevamo che le origini della band possono essere rintracciate addirittura nel 1962, quando il bassista Alan Lancaster guidava un gruppo di trad jazz che poi si trasformò in un gruppo beat – The Scorpions, poi The Spectres - del quale entrarono a far parte sia Francis Rossi (chitarrista) sia John Coghlan (batterista). Non riuscendo ad ottenere alcun successo significativo con i primi tre singoli, il gruppo cambiò etichetta e nome, diventando The Traffic Jam, poi – per evitare assonanze con i Traffic di Steve Winwood – assumendo il definitivo moniker di The Status Quo, e cooptando nella formazione il chitarrista Rick Parfitt.
Le cose cominciarono ad andare meglio, e il singolo “Pictures of matchstick men” entrò in classifica, nel 1968, sia in Gran Bretagna sia negli Stati Uniti, dando origine alla pubblicazione dell’album di debutto, “Picturesque matchstickable messages”, e di un singolo seguente (“Ice in the sun”) che pure si comportò benino nelle classifiche inglesi. All’epoca della band faceva parte anche l’organista Roy Lynes, e la formula musicale della band era decisamente incline alla psichedelia di moda al momento; ma quando il secondo album (“Spare parts”, 1969) fece flop, gli Status Quo decisero di abbandonare sia la psicedelia sia l’articolo, diventando Status Quo e cominciando a dirigersi verso una musica più semplice, immediata e diretta: così gli album “Ma Kelly’s greasy spoon” (1970) e “Dog of two head” (1971) ammiccano al blues, e un intensivo programma di concerti britannici perfeziona l’evoluzione degli Status Quo verso il boogie rock, perfettamente esemplificato dal singolo “Paper plane”, che nel 1973 – insieme all’album “Piledriver” – riafferma gli Status Quo nelle classifiche.
“Paper Plane” è un pezzo semplice e efficace, sorretto dalla robusta sezione ritmica di Lancaster e Coghlan e dalla doppia chitarra di Rossi e Parfitt. Roba da bar, da concerto, da gradinata di stadio: roba fish and chips, saporita e untuosa, very british, come quella che fornisce il meglio delle tracklist di “Piledriver” e dei quattro album di studio che seguiranno (“Hello”, 1973; “Quo”, 1974; “On the level”, 1975; “Blue for you”, 1976) e che con “Live” (1977) costituiscono il primo pacchetto di ristampe della Vertigo che ha dato origine a questa recensione. Che recensione in senso stretto non vuole essere, perché, a dirla tutta, gli Status Quo o piacciono o non piacciono: e possono piacere a chi, come a me, apprezza (anche) la musica semplice e orecchiabile, basica e non pretenziosa, scritta e suonata con in mente la soddisfazione del pubblico e non il compiacimento dei critici. Non a caso i mensili britannici, che sono molto ben fatti ma anche sempre un filino snob, hanno dedicato pochissime righe a questo programma di riedizioni; perché gli Status Quo, appunto, non hanno mai corteggiato la stampa ma si sono sempre dedicati con impegno al loro mestiere: suonare per divertire. Ce ne fossero di più, di gruppi così, ci divertiremmo di più anche noi che la musica la ascoltiamo troppo spesso per dovere e troppo raramente, purtroppo, per piacere.
Vorrà pur dire qualcosa, insomma, se per tutti gli anni Settanta e fino a “Never too late” (1981) tutti gli album degli Status Quo sono entrati nella Top 5 britannica: perlomeno è il segno che la band ha azzeccato una formula e non ha tradito i fan che quella formula dimostravano di apprezzare. Quindi, rimandando a http://www.statusquo.co.uk/reissues.htm chi voglia saperne di più sui dettagli – tracklist e bonus tracks e informazioni supplementari - di questi primi sei album ristampati e dei cinque che seguiranno (“Rockin’ all over the world”, 1977; “If you can’t stand the heat”, 1978; “Whatever you want”, 1979; “Just supposin’”, 1980; “Never too late”, 1981), e che come quelli della prima emissione saranno corredati da libretti esaustivi e accuratamente compilati, torno ad ascoltare i quattro simpatici ex giovanotti Rossi/Parfitt/Lancaster/Coghlan; non sono di moda, non lo sono mai stati, non sono colti e sperimentali e intellettuali, ma a me piacciono. Scusate, eh?

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