«HOTEL - Moby» la recensione di Rockol

Moby - HOTEL - la recensione

Recensione del 12 apr 2005 a cura di Ercole Gentile

La recensione

Moby è un personaggio particolare. Da una parte si nutre, infatti, forte apprezzamento per un certo lato del suo personaggio, quello che realizza musica elettronica di altissimo spessore, riflessiva e sognante, quello vegano (vegetariano integralista), quello apertamente schierato contro George W.Bush e che non esita a dichiarare che gli Stati Uniti sono oggi la vergogna del mondo. D’altro canto è difficile non essere alquanto irritati con il Richard Melville Hall che “cede” la propria canzone per lo spot di una compagnia telefonica nazionale. Decisione rispettabilissima, per carità, ma il risultato è che il brano di Moby viene sparato nelle orecchie del popolo italiano 24 ore su 24 rendendone, a lungo andare, l’ascolto insopportabile e conseguentemente a skippare “Lift me up” al momento dell’ascolto del CD (per il sottoscritto questo succede praticamente con ogni brano abbinato allo spot di una qualsiasi compagnia telefonica...). Ora la domanda sorge spontanea: riuscirà il resto del disco a far dimenticare il sovraccarico mediatico subito dal tormentone pubblicitario?
“Hotel” giunge a tre anni di distanza da “18”, un album che non ha sicuramente riscosso i consensi che era lecito attendersi dopo la meritata esplosione di un grandissimo ed innovativo lavoro quale fu all’epoca “Play”. Il nuovo disco si rivela quindi una grande verifica per il musicista newyorkese.
Alcune grandi novità si fanno immediatamente notare: i suoni non sono più campionati ma tutti rigorosamente creati da Moby; la sua voce è presente in molte canzoni del disco a differenza dei precedenti lavori dove appariva solo occasionalmente; il baricentro musicale del “piccolo idiota” si è spostato dall’elettronica verso sonorità più vicine al pop ed alla new-wave.
Dopo un breve intro, il disco si apre con “Raining again”, una discreta canzone pop-rock che vede Moby duettare con la vocalist Laura Dawn (presente in vari episodi dell’album), accompagnato da una chitarra elettrica dall’effetto troppo simile a precedenti tracce già pubblicate dal Nostro. “Beautiful” e “Lift me up” sono due brani esemplari di “Hotel”, racchiudendone il succo ritrovabile, poi, in molte delle altre canzoni presenti sul disco: ritornello pop indelebile, atmosfera anni Ottanta, melodia semplice e martellante. Caratteristiche riassaporabili anche in episodi quali “Where you end”, “Spiders”, “Dream about me” e nella discotecara “Very”. Dando atto a Moby di aver confezionato canzoni ottime per le classifiche e per le pubblicità, semplici e incancellabili, bisogna però aggiungere che simili episodi hanno troppo il sapore di qualcosa di già sentito, di anni Ottanta per l’appunto, già riscontrabile (con una qualità decisamente superiore) per esempio in molti lavori di Depeche Mode e New Order. Nelle stanze dell’ “Hotel” di Moby trovano successivamente alloggio alcuni episodi pop molto lenti e mielosi come “Temptation”, rifacimento proprio di una canzone dei New Order, “Love should”, “Slipping away”, “Forever”, e due tracce di musica ambient (“Homeaward angel” e “35 minutes”) che chiudono l’album e aprono la strada al secondo disco incluso nell’edizione deluxe, sul quale sono contenuti undici episodi di questo genere. Degna di nota, invece, “I like it”, una bella canzone trip-hop, con la calda voce di Laura Dawn che incornicia alla perfezione un quadro perfetto da appendere nell’abitazione dei Massive Attack.
Insomma nonostante l’apprezzamento per Moby come persona e come musicista, non si riesce a salvare questo disco che risulta piuttosto monotono e ripetitivo, con qualche ottimo brano pop da classifica e poco più. Sinceramente da musicisti eclettici come Moby è lecito attendersi qualcosa di maggiormente innovativo e non la ricerca (forse anche non troppo volontaria) del ritornello pop indimenticabile e ossessivo.
Caro Mr. Richard Melville Hall, magari telefonando un po’ meno…

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