«UNDERNEATH - Hanson» la recensione di Rockol

Hanson - UNDERNEATH - la recensione

Recensione del 04 feb 2005 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Crescere è difficile. E’ difficile quando, poco più che ragazzino, ti trovi ad avere un hit mondiale come “Mmm bop”, che fa impazzire le radio e le tue coetanee. Trovare il modo di andare avanti, conservando fama e sanità mentale è pressochè impossibile.
Gli Hanson erano teenager nel ’97 quando “Mmm bop” scalò le classifiche e quando i loro visini di fratellini biondi spezzarano i cuori delle ragazzine. Il loro disco successivo, “This time around”, non ottenne il successo sperato (da loro? dai fan? dalla casa discografica?). Scelta pressochè inevitabile fu quella di prendersi una pausa, e quindi diventare indipendenti. “Underneath” arrivò l’anno scorso in America. Sulla scia delle recensioni positive ottenute in patria, viene pubblicato adesso anche in Italia.
Ma come? Recensioni positive ad un gruppo di ragazzini? Già. Perché se ce una cosa che questo “Underneath” dimostra, è che gli Hanson non sono ingenui. Il fatto che siano tre fratelli biondini può sembrare una trovata di marketing, ma hanno fatto gli ascolti giusti. “Underneath” è un onesto, a tratti piacevole disco di pop-rock americano; di certo un prodotto lontano mille miglia da quelli delle boy band odierne. Nulla di sconvolgente, per carità. Anzi, tutto molto rassicurante nelle 13 canzoni (forse pure troppo). Ma almeno un evidente salto in avanti. Un salto che forse non è stato ancora spiccato del tutto: faceva impressione vederli, nella loro recente data italiana alla fine del 2004, di fronte ad un pubblico di ragazzine urlanti, mentre loro cantavano canzoni radicate nella tradizione del rock FM americano (come “Strong enough to break” o “When you’re gone”), di quelle che di solito vengono associate ad un pubblico adulto.
Non è un caso che coinvolti che la simbologia sulla copertina del disco sia fatta di vecchie cuffie e giradischi, e che nella lavorazione del disco siano due nomi importanti del pop-rock americano come Matthew Sweet e soprattutto Gregg Alexander (già mente dei New Radicals, poi convertitosi alla scrittura per voci altrui). L’intento di levarsi di dosso l’immagine di teen-band e di “one hit wonder” è evidente. Manca ancora un po’ di cattiveria, e il coraggio di levare da canzoni “Lost without each other” o la già citata “When you’re gone” quella patina di perfezione che le rende troppo pulite. Insomma, manca la capacità di arrangiare, quella di cantare, suonare e scrivere c’è. In fin dei conti sono giovani…

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