«LIVE LICKS - Rolling Stones» la recensione di Rockol

Rolling Stones - LIVE LICKS - la recensione

Recensione del 18 nov 2004 a cura di Giampiero Di Carlo

La recensione

“Get yer ya-ya's out!” resta la pietra miliare con cui paragonare i dischi dal vivo degli Stones. Forse perché i tempi erano diversi e un live album aveva un senso più importante - era una testimonianza preziosa di un’esperienza vissuta o persa, ma quasi irripetibile, laddove oggi la copertura dei media ridonda e consuma velocemente - quel disco allora diede dignità alla scelta di Jagger e Richards di pubblicare una raccolta di canzoni già note e sporcate da una qualità di registrazione un po’ rustica. A tanti anni di distanza, ogni nuovo disco della band nasce con il peccato originale di essere un prodotto di risulta dell’unica manifestazione certa di assoluta grandezza degli Stones: il concerto. E’ una perplessità comprensibile e legittima. E, se questo vale per gli album di studio, quelli dal vivo sono spesso giustamente recepiti come una mera operazione di marketing.
Ciò premesso, comunque, chi ha avuto il piacere di vederlo live nel 2003 in Italia, avrà potuto realizzare come il carrozzone ingombrante, kitsch e imbarazzante che il gruppo si porta a spasso riesca puntualmente a trasformarsi nel migliore show del mondo. Se è vero che il timore di vederli tramutarsi in macchiette (per alcuni è già una certezza) resta sempre, ad oggi i quattro sessantenni + bassista hanno sempre spazzato via i dubbi e sembrano avviati ad accompagnare il rock verso una maturità di grande qualità, la stessa che avvolge in una patina di credibilità e rispetto i generi padri: blues e jazz hanno da tempo smesso di generare enormi aspettative di originalità e, giustamente, proliferano con i classici. “Live Licks” altro non è che la testimonianza del “Licks World Tour 2002/03”, che fu introdotto a sua volta da una doppia compilation (“40 licks”) e venne poi seguito da un monumentale DVD (“Four flicks”). Pertanto: originalità e curiosità zero. Ma, statene certi, questo è un buon album doppio. Non ci sono quegli strati o quelle correzioni superflue che ammazzano i dischi “in concert”, la confezione sonora è spartana il giusto, l’energia della band sul palco è effettivamente catturata al meglio.
Consci di non potere perpetrare all’infinito lo stesso numero, inoltre, gli Stones si propongono a due facce: quella stranota e quella da connoisseur. Nel primo CD, quindi, abbiamo un vero e proprio “greatest hits”: dodici pezzi dominati da “Street fighting man”, “Honky tonk women” con l’ospitata di Sheryl Crow, “Start me up” e “Brown sugar”; nel secondo c’è invece una compilation ragionata che fruga tra le pieghe della carriera del gruppo e rivela ai meno affezionati pezzi che, se non fossero stati offuscati dalla grandezza di quella cinquantina di brani che hanno reso i Rolling Stones immortali, suonati da altri sarebbero diventati dei classici a loro volta. Tra questi io sceglierei “Can’t you hear me knocking” perché è una jam session naturale e perché ben ci sta, considerato che nel CD 1 manca “Sympathy for the devil”; e “Rocks off”, ‘seventies’ allo stato puro. Tutto intorno c’è molta riconoscenza per la grandezza altrui: si segnalano la presenza di Solomon Burke nella sua “Everybody needs somebody to love” e la scelta degli Stones di ‘coprire’ “That’s how strong my love is”, resa celebre da Otis Redding, “The nearness of you”, in cui Keith Richard ripesca addirittura Hoagy Carmichael e “Rock me, baby”, un cavallo di battagli di B.B. King.
Ah, dimenticavo: la copertina, al solito, è uno sballo.

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