«PACE E MALE - Tetes De Bois» la recensione di Rockol

Tetes De Bois - PACE E MALE - la recensione

Recensione del 12 nov 2004 a cura di Luca Bernini

La recensione

Dei Tetes de Bois si parla, (neanche troppo) poco e bene, da quasi 10 anni. Tanti ne sono trascorsi dal loro debutto discografico, avvenuto nel 1994 con l’album autoprodotto “E anche se non fosse amore”, che metteva in mostra credenziali musicali quantomai eterogenee: la lezione cantautorale italiana e quella dei grandi maestri francesi, l’amore per le atmosfere e le progressioni del jazz, la musica etnica, l’approccio assolutamente stradaiolo (la band tiene il suo primo concerto nel 1992 sopra un furgone che utilizza come palco per i primi concerti) della loro musica e delle loro esibizioni. Da allora la band ha suonato molto e prodotto meno (3 album compreso il nuovo PACE E MALE), senza lasciare tuttavia scoperta la propria “postazione” nell’ambito della canzone d’autore. Due anni fa, il loro album “Ferrè, l’amore e la rivolta”, dedicato al grande chansonnier francese e premiato al Tenco, li ha visti ritornare prepotentemente all’attenzione del pubblico e della stampa. Adesso tocca a PACE E MALE il compito di consolidare un momento felice, in termini di riscontri, faticosamente e caparbiamente raggiunto.
E bisogna dire subito che PACE E MALE è il disco adatto allo scopo, visto che, già a partire dalla sua doppia veste (un cd vero e proprio con 14 canzoni e un altro, intitolato “Autoradio e autovideo” che scorre come un immaginario viaggio su frequenze radiofoniche di volta in volta disturbate e più nitide, alternando spezzoni di parlato, radiocronache, dialoghi - splendida l’intervista a Leo Ferrè - e, naturalmente, musica) si propone come uno sforzo ambizioso e consapevole di esprimere in un solo progetto tutto il potenziale di una band ormai in possesso di uno stile e di una scrittura assolutamente personali. Come personale è l’approccio, lontano da ogni retorica e capace, qui forse più che altrove, di far parlare sentimenti e visioni scarnificate e dirette: l’amore, la vita, la strada si fondono di continuo in una musica ora allegra (“Vomito”) ora poeticamente desolata (“Ce l’ho con l’amore”), ora sorretta da una ricchezza circense (“Io sono allegro”) ora più innocentemente naif (“Le rane”). Le radici musicali del gruppo sono lì, bene in evidenza, l’amore per Ferrè si celebra in “Io sono allegro”, la cover di Fabrizio De André (“Amore che vieni, amore che vai”) racconta di un'altra passione, “Tute”, “La canzone del ciclista”, “Dott. De Rossi” sono altri grandi momenti di un disco che alla fine si snoda come un album pop, centrifugato e metabolizzato da una band che non è mai apparsa così consapevole e affiatata. La lista degli ospiti coinvolti a titolo di amicizia nel progetto depone ancora di più a favore dell’ambizione del progetto e della assoluta naturalità con cui è nato: Paolo Rossi, Daniele Silvestri, Mauro Pagani, Antonello Salis, Davide Cassani, Gianni Mura, Arnoldo Foà e Marco Paolini. A 12 anni di distanza dalla sua partenza, il furgone dei Tetes de Bois continua impavido e rodato il suo viaggio, e il suo motore non ha mai cantato così bene: avvicinatelo, e lasciatevi coinvolgere, se mai dovesse arrivare nella vostra città.

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