«DEAR HEATHER - Leonard Cohen» la recensione di Rockol

Leonard Cohen - DEAR HEATHER - la recensione

Recensione del 11 nov 2004

La recensione

Ci sono dischi, film e romanzi inestricabilmente legati al tempo e al luogo in cui sono stati concepiti e realizzati, prodotto di ambienti e periodi storici specifici. Altri vivono in una terra di nessuno, in spazi non circoscritti, in una dimensione di apparente atemporalità. Canzoni e album di Leonard Cohen appartengono sempre più spesso a questa seconda specie. C’entrano anche la geografia e l’atteggiamento mentale di un uomo che, a settant’anni compiuti (a settembre), sembra prendere sempre più distacco dalle cose terrene: il monastero zen di Mount Baldy, California, dove ha trascorso alcuni anni in isolamento e in preghiera, e Los Angeles, dove è tornato oggi a vivere e a lavorare, sono, nella loro siderale distanza concettuale, due “non luoghi” per eccellenza. Di qui, forse, la scarsa o nulla preoccupazione che Cohen mostra di risultare anacronistico, fuori dal tempo, con la sua musica a volte scarnificata fino alle ossa, altre volte avviluppata in suoni fin troppo vellutati o goffamente modernisti (un atteggiamento di imperturbabilità, il suo, condiviso da altre anime inquiete e introspettive ai confini del pop: Van Morrison, per esempio).
Il nuovo disco segue per buona parte questo secondo sentiero: le cadenze lente e letterarie con cui porge le parole, quella voce catramosa e solcata dalla vita, restano uno spettacolo straordinariamente affascinante. A volte sopraffatto e ingabbiato, però, dall’angelico contrappunto vocale di Sharon Robinson e Anjani Thomas (anche coproduttrici), dai sax notturni e dai ritmi felpati, dal jazz gospel blues un po’ di maniera, da quei fondali elettronici persistenti che stonano come le macchie di colore aggiunte a un bel film in bianco e nero per un malinteso desiderio di attualità. Cohen non ne ha bisogno, e i suoi frutti migliori sono sempre quelli più amari, senza glassa e senza troppe guarnizioni: l’ariosa, commovente melodia popolare di “The faith”, con la bella fisarmonica di Garth Hudson (The Band) e un motivo preso a prestito da una canzone folk del Quebec, per esempio; o la spirale ipnotica, e dolorosa, di “The letters”. Lo dice anche lui, del resto, quando nel riprendere dal poeta novecentesco Frank Scott una “Villanella per il nostro tempo” celebra il riscatto e l’elevazione spirituale che conseguono alle “ricerche amare del cuore”. Sono ancora e sempre uomini di parola e di letteratura, i suoi fari e i suoi eroi: da Lord Byron il venerando Leonard prende a prestito le meditazioni nostalgiche di “Go no more a-roving”, in apertura, e le dedica a Irving Layton, poeta, saggista, novelliere e accademico anche lui canadese, anche lui di ceppo ebraico (“Io gli ho insegnato a vestirsi, lui mi ha insegnato a vivere in eterno”, disse una volta il cantautore a proposito dell’illustre maestro). Altri omaggi si susseguono nel corso del disco: alla guida spirituale A.M. Klein, altro canadese di origini semite (“To a teacher”); all’editore Jack McClelland, suo primo mentore letterario scomparso quest’anno; a Carl Anderson, il performer di colore (morto anche lui) che interpretò Giuda nel “Jesus Christ” cinematografico di Norman Jewison. Omaggi alle donne, naturalmente: alla Heather tratteggiata nella poesiola haiku che intitola il disco, e a tutte quelle che, spiega maliziosamente l’autore, ne riscaldano la vecchiaia, forse riconoscenti per quelle canzoni che celebrano l’eterno femminino (“Because of”). E omaggi anche al mondo ferito: “On that day” è una sommessa ode alla New York post 11 settembre scandita da un surreale scacciapensieri.. Gospel (tinto insolitamente di jazz lounge, nel canto corale di “Morning glory”), blues, folk dipingono, a volte con colori annacquati, un album di dolori e di ingenui incanti, di nostalgie e di emozioni, all’insegna di quell’Ordine del Cuore Unificato il cui simbolo cavalleresco campeggia in copertina, celebrato anche da una ripresa (live) di un classico country da cuori infranti, una “Tennessee waltz” in gran spolvero come per una serata di gala alla Grand Ole Opry di Nashville. Epilogo brillante di un disco illuminato solo a intermittenza: a seconda dei momenti struggente, tedioso, erratico, vibrante, enigmatico, scontato. Capita, talvolta, quando l’autore è un Grande Vecchio che non ha nulla da dimostrare, impermeabile ai giudizi altrui. Figurarsi se si tratta di un imperscrutabile poeta zen come Leonard Cohen.
(Alfredo Marziano)
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