«ON THE COBBLES - John Martyn» la recensione di Rockol

John Martyn - ON THE COBBLES - la recensione

Recensione del 10 giu 2004

La recensione

Due buone notizie. La prima è che John Martyn è tornato a lavorare, a incidere e a suonare (anche dal vivo) dopo l’operazione chirurgica che l’anno scorso (vedi News) gli è costata l’amputazione di una gamba, al di sotto del ginocchio. La seconda è che “On the cobbles” è proprio un bel disco. Lascerà magari interdetto chi conosce soltanto il Martyn di “And.” (eccellente), di “Glasgow walker” (meno convincente) o dell’intrigante collezione di cover “A church with one bell”, alchimista di un originale, ribollente intruglio di trip hop cantautorale. Farà invece piacere agli estimatori di lungo corso ritrovarlo in contesti più acustici e organici, in bilico tra la nuova identità di crooner elettronico e i giorni irripetibili di “Bless the weather” e “Solid air”, i suoi capolavori dei primi anni ’70. “Baby come home”, che apre il disco, non lascia dubbi: uno sbuffante shuffle blues firmato dal bianco Frankie Miller e già apparso su un disco tributo allo stesso artista in cui lo scozzese (d’adozione) sfodera ancora una volta gran senso del ritmo, ruggiti leonini e quella voce al whisky torbato che più di tante parole racconta di una vita irrequieta, intensa e scapestrata in perfetta aderenza con la musica dei “crossroads” del destino e dei patti col diavolo. Con il talento luciferino che si ritrova, il vecchio John dà davvero l’impressione di saperne qualcosa, mentre pizzica l’acustica e manovra il pedale del phaser accompagnato da basso (il fedelissimo Alan Thompson), mandolino, percussioni e armonica. Assolutamente perfetto. Più “cool”, più misurata, la ballata successiva, “Under my wing”, svolazzante e leggera tra piano elettrico e flauto, soul jazz e chill out, Brasile e Terry Callier. Altrettanto inconfondibilmente “martyniana”, d’altro canto: tanto che persino Paul Weller, ospite ai cori, alla chitarra acustica, all’Hammond e al Wurlitzer e solitamente poco propenso a fare il comprimario, se ne sta cheto nell’ombra risultando quasi impercettibile all’orecchio; così come Jim McCabe, ex Verve, la cui chitarra elettrica si affianca a quella del protagonista su una pulsante “Walking home”. Affiora poco o nulla, del dolore che Martyn deve aver patito in questo periodo difficile (anche se i crediti di copertina riportano un sentito ringraziamento all’équipe medica e paramedica che lo ha avuto in cura a Waterford, Irlanda): forse i “fantasmi dappertutto” evocati in “Ghosts”, una di quelle nenie da incantatore di serpenti di cui l’uomo di Glasgow è specialista e che apre una sequenza ipnotica di “grooves” proseguita da “Back to Marseilles” e “Cobbles”. O forse la dedica al “My creator” che intitola una lunga, fumosa ballata da jazz club dove si ricostituisce per un attimo lo storico sodalizio con il contrabbassista Danny Thompson (un altro che se l’è vista brutta, ultimamente, a causa del suo cuore ballerino). Torna in queste tracce, semmai, un passato più lontano: la stessa “My creator” cita ad un certo punto la classica “Don’t want to know”; la ambient di “Go down easy” recupera un pezzo scritto nel 1992 per il balletto “Monsoon suite”; e “One for the road” è una canzone, naturalmente rielaborata, che risale addirittura ai tempi di “Sunday’s child” (1975). Espedienti, forse, per supplire ad una giustificata carenza di nuovo materiale, come le due cover che aprono e chiudono il disco: quella finale trasforma “Goodnight Irene”, il celebre valzerone folk di Leadbelly, in un gospel intonato in coppia con Mavis Staples, presenza assai frequente nei dischi rock di questi ultimi tempi (sta anche nell’ultimo Los Lobos, per dire). Anche in questo caso l’umore pare sereno, avvolto in un alone di assorto misticismo. Merito dell’amata compagna Theresa o della nuova fede buddista, chissà: ma John Martyn, menomato nel fisico, sembra proprio un uomo rinato nello spirito.

(Alfredo Marziano)
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