«THE RIDE - Los Lobos» la recensione di Rockol

Los Lobos - THE RIDE - la recensione

Recensione del 09 giu 2004

La recensione

Trent’anni fa, i Los Lobos si presentavano modestamente (parafrasando Frank Zappa e le Mothers of Invention) come “un’altra band da East LA”, il quartiere ispanico della megalopoli californiana popolato da immigrati messicani. Suonavano ai matrimoni, ai compleanni, nelle feste di piazza, nei localacci del “barrio”. Ispirati dal blues, dal rock and roll, dalla musica degli avi che soffiava nel vento proveniente dall’altra parte del confine. Con quell’aria rassicurante e paciosa da gente comune, quell’antidivismo totalmente privo di pretenziosità che è sempre stato un tratto distintivo del loro carattere, prima che della loro musica: persino quando, nell’ormai lontano 1987, la loro versione de “La bamba”, inno nazionale dei giovani chicanos ispirati da Ritchie Valens, irruppe d’improvviso e inopinatamente in radio e in TV grazie ad una cinebiografia così così.
I “Lupi” risposero a quell’improvvisa botta di popolarità in modo caratteristico, escogitando una contromossa commercialmente suicida: un disco di musica latinoamericana acustica e tradizionale, rigoroso e filologico (si intitolava, qualcuno lo ricorderà, “La pistola y el corazón”) che guadagnò al gruppo premi e riconoscimenti critici ma affossò per sempre le loro chance di grande successo popolare. Onore al merito: prima e dopo di allora, i Los Lobos sono stati molto più di una band come tutte le altre. Un gruppo autenticamente panamericano, capace di suonare con splendida naturalezza e rinfrescante energia qualunque genere musicale collocabile sulla mappa del continente che va dall’Alaska al Cile: merito, senz’altro, anche del suo doppio passaporto musicale.
Sono rimasti gli stessi dagli esordi (solo il sassofonista Steve Berlin si è unito in un secondo momento, sganciandosi dai Blasters), sono sopravvissuti a una sordida storia di violenza e di sangue (la moglie del chitarrista Cesar Rosas trucidata dal fratellastro, vedi News). E oggi hanno ben diritto di autocelebrarsi: con un disco che ne conferma, una volta di più, la bravura, l’umiltà professionale, la totale assenza di smanie protagoniste. Canzoni nuove e motivi già familiari a chi li conosce, una festa con molti amici e vip nell’elenco degli invitati. Aprono le danze insieme ai messicani Cafè Tacuba, beniamini di David Byrne, e l’esuberante performance di “La venganza de los pelados” (qui, e in altri due titoli, c’è anche Garth Hudson della Band) introduce subito all’anima latina dei Lobos, protagonista anche tra gli umori tropicali di “Ya se va” (ospite Ruben Blades) e in una “Kitate” carnascialesca e caciarona: con un Tom Waits rilassato e di buon umore c’è anche Martha Gonzalez, voce dei concittadini e consanguinei Quetzal. La sua presenza è una dichiarazione di appartenenza etnico-musicale: come quella (“Is this all there is?”) di Willie G. dei Thee Midniters, pionieri del rock chicano anni ’60. Un Elvis Costello in gran spolvero vocale (ne ha fatti di progressi…) trasforma in seducente ballata pianistica “A matter of time” (stava in uno dei primi e migliori dischi dei Lobos: “How will the wolf survive?”, 1984). La bella voce scura di Dave Alvin accarezza un delizioso e ondeggiante ritmo tex mex (“Somewhere in time”). Richard Thompson scioglie le briglie alla chitarra elettrica in “Wreck of the Carlos Rey”, ipnotico svolgimento di un tema classico del folklore anglosassone (le tragedie del mare). Il resto è colorato di nero. C’è il rock blues vintage di “Chains of love” (con in mezzo un inatteso e stridente assolo di violino) e la ballata soul “Rita” (gran canzone di quei fini melodisti che sono David Hidalgo e Louie Peréz, ex batterista convertito alla chitarra), ci sono una collaborazione tra Rosas e Robert Hunter, il leggendario paroliere dei Grateful Dead (“Hurry tomorrow), e altre riletture di pagine già note: “Someday”, con la voce felina (e un po’ gigioneggiante, nell’occasione) della grande Mavis Staples; e una “Wicked rain” che Bobby Womack lega in medley alla sua “Across 110th street”, riportata a galla qualche anno fa dal Tarantino di “Jackie Brown”, in un tripudio di suoni “blaxploitation”. Tutti quanti mostrano un’apprezzabile sintonia con lo spirito del gruppo: niente a che vedere con le accozzaglie di ospiti messe insieme (non facciamo nomi, per carità…) con i suggerimenti di manager e case discografiche. I Los Lobos non sorprendono come ai tempi di “Kiko”, questo è vero: ma come tanti suoi predecessori, “The ride” sembra un altro disco a prova di ruggine.
(Alfredo Marziano)
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