«UN BIGLIETTO PER L’INFERNO 1973-2003 - Biglietto per l'Inferno» la recensione di Rockol

Biglietto per l'Inferno - UN BIGLIETTO PER L’INFERNO 1973-2003 - la recensione

Recensione del 06 mag 2004 a cura di Ivano Rebustini

La recensione

Seduti intorno a un tavolo nel giardino della villetta di Giuseppe "Baffo" Banfi a Olate, il paesino del Lecchese al quale Alessandro Manzoni potrebbe essersi ispirato per i "Promessi sposi", cinque signori non più giovanissimi rievocano i "bei tempi andati". A rigor di logica e di matematica avrebbero dovuto essere in sei, ma il sesto vive lontano dagli amici della "pazza gioventù", in un monastero della Garfagnana, il Santuario della Beata Vergine del Soccorso di Minucciano. Sì, perché Claudio "Cocker" Canali - lo scalmanato, scafato e scapestrato cantante di Un biglietto per l'inferno (ma forse era tutta una posa, accentuata dal completo Principe di Galles del nonno che oggi si direbbe oversize e che gli dava un aspetto da clochard alla Ian Anderson) - oggi è un frate, proprio come quello cui si rivolgeva in “Confessione”: “Ascoltami frate non so se ho peccato/ho ucciso un bastardo che avrebbe voluto/coprire coi soldi il suo sporco passato/tentando così di beffare il suo fato”. E chissà se oggi fra Claudio risponderebbe all’assassino in via di faticoso pentimento come il categorico frate Isaia della canzone: “Cosa dici fratello, tu hai ammazzato/Nel quinto ricorda ti è stato proibito/Non posso salvarti dal fuoco eterno/hai solo un biglietto per l’inferno”.
"Dall'inferno al paradiso", "Dal rock diabolico alla pace dell'eremo": sembra la trama di un romanzo di Maria Venturi, ma è tutto vero, testimoniato - trent'anni dopo l'uscita per la Trident del primo, omonimo ellepi - da un pingue cofanetto che mitizza ulteriormente e un po’ forse anche marmorizza questo gruppo di culto del prog italiano attivo nella prima metà dei Settanta, una band maledetta e frettolosa che in tre anni, mese più, mese meno, avrebbe preso fuoco e si sarebbe spenta.
Il box è talmente gonfio che potrebbe esplodere: la ristampa rimasterizzata del disco di esordio, quella rimasterizzata e impaginata ex novo del secondo “Il tempo della semina”, figlio della collaborazione - e di qualche incomprensione - con un giovanissimo, ma già battagliero Eugenio Finardi (incappato nel fallimento della Trident, l’album sarebbe stato pubblicato per la prima volta dalla Mellow nel 1992); un live registrato a Lecco il 9 maggio 1974, quando il “Biglietto” aprì un concerto degli Ufo: alla title track del “Tempo” perduto (e ritrovato) seguono - nello stesso ordine del disco in studio - tutti i brani del primo lavoro.
Non è finita: il cofanetto contiene in aggiunta un libro di cento e passa pagine scritto da Massimo Cappon e Giordano Casiraghi (con una paginetta introduttiva firmata da Claudio Rocchi e tante foto, belle e meno belle, a colori o in bianco e nero), e l’immancabile dvd. Il box racconta tutto, diciamo pure troppo, ma la colpa è proprio del dvd: per riempirli, sto cosi, ce ne vuole, e allora via con il making of, e il making of del making of, e sarà anche divertente stare seduti al tavolo con il “Baffo” e i suoi compagni, però spesso non si capisce una mazza, e fortuna che ci sono almeno i sottotitoli in inglese.
Detto che il momento più “forte” delle ore, se non dei giorni immortalati nel dvd è l’incontro con fra Claudio a Minucciano (carramba che sorpresa, “Baffo” riesce a far leggere all’amico frate benedettino il testo di “Confessione”), resta, o meglio avanza o meglio ancora si fa avanti prepotente la musica, che vede il “Biglietto” così schierato: Claudio con la sua voce da (hard)rocker, il flauto traverso (altro punto di contatto con il leader dei Jethro Tull) e il flicorno; “Baffo” all’organo Gem e al Mini Moog; l’altro tastierista Giuseppe “Pilly” Cossa all’Hammond e al piano; il chitarrista - rigorosamente LesPauliano - Marco Mainetti; l’arrembante sezione ritmica formata dal bassista - Fender Precision oriented - Fausto Branchini e dal batterista (Ludwig, e te pareva…) Mauro Gnecchi.
Ma che musica, maestro? Gli esperti, che è sempre meglio non contraddire, la definiscono “hard rock di matrice progressive” (e perché non “progressive di matrice hard rock”?), gli incompetenti potrebbero buttar lì che ogni tanto i nostri sembrano incerti se entrare nel Giardino del Mago o nel Giardino dei Semplici. Ma una cosa è innegabile: è musica sanguigna e romantica, riflessiva e impetuosa, se vogliamo “derivativa” (per aver usato questo aggettivo l’unico rimedio è il confessionale), però mai banalmente copiona: nell’Olimpo, scusate, nel Paradiso del prog italiano, non lontano dal nuvolone superattico occupato da Banco e Pfm (prima di eccepire, ricordarsi che il “Salvadanaio” e “Storia” di un minuto” sono del 72), c’è una nuvola con vista per il “Biglietto”. E non certo per la raccomandazione del suo frate.

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