«BUONI O CATTIVI - Vasco Rossi» la recensione di Rockol

Vasco Rossi - BUONI O CATTIVI - la recensione

Recensione del 09 apr 2004 a cura di Davide Poliani

La recensione

Sarà anche banale dirlo, ma l'uscita di un disco del rocker di Zocca non è la solita pubblicazione della quale si possa semplicemente prendere atto, parlandone bene o male a seconda dei gusti e delle opinioni. No, un nuovo album di Vasco è un evento nazional-culturale: fa versare fiumi di inchiostro e muovere i sederi (con annessi portafogli) di un pubblico non inquadrabile nella categoria del "fruitore musicale medio".
Del resto è stato lo stesso cantante ad ammetterlo, presentando alla stampa la sua nuova fatica: "Do voce a chi non ne ha": questo è il suo lavoro, che da anni - tra le altre cose - svolge ottimamente. Come avevamo già anticipato qualche giorno fa in occasione del primo ascolto (vedi news), "Buoni o cattivi" non si discosta in maniera sensibile dalle più recenti produzioni di Vasco: mancano, questo sì, gli ammiccamenti alla dance che affioravano in "Rewind", in favore di un lavoro maggiormente orientato verso il rock nel senso più classico e lato del termine. Un lavoro rabbioso, di una rabbia in alcuni momenti forse troppo stilizzata ("Hai mai dei guai per quello che fai, hai mai dei guai per quello che sei?") ma non per questo non genuina. Un lavoro maturo e disilluso ma non per questo cinico o pessimista, che restituisce una fotografia di un uomo e di un artista da sempre coerente - talvolta suo malgrado - a se stesso. "Ho bisogno di te, ma un bisogno diverso, è che senza di te, io mi sento disperso", canta Vasco in "Dimenticarsi". In chiusura, "Senso" è forse l'episodio più delicato ed intimista, al quale fa eco l'(auto)ironica "Rock'n'roll show" ("Devi credere, non puoi fidarti di me, in pratica è solo un rock'n'roll show"): l'impressione è che lo spirito "libero" del rocker non sia stato appesantito dagli anni, ma che sia anzi maturato, rinunciando al'iperbole facile in favore di un messaggio più profondo e mediato. Ricordandosi sempre e comunque - e questo, forse, è il vero segreto di Vasco - di parlare ad un pubblico vasto ed eterogeneo, poco incline alle raffinatezze ed alle brusche sterzate (stilistiche e non solo). Musicalmente, quindi, nessuno si aspetti nè più nè meno del solito Vasco: chitarre distorte, maestose e "classicamente" rock nei brani più tirati, che lasciano spazio a acustiche e pianoforti sporcati da synth e archi il compito di accompagnarlo nelle ballate.
A chi, fino ad ora, non ha mai sopportato Vasco, questo disco non farà cambiare idea. A chi l'apprezza, "Buoni o cattivi" sembrerà - probabilmente - una buona tappa nella sua lunga e onorata carriera.

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