«SENZA RITORNO - Tonino Carotone» la recensione di Rockol

Tonino Carotone - SENZA RITORNO - la recensione

Recensione del 19 nov 2003 a cura di Paola Maraone

La recensione

“Insisto: io, Tonino, lo chiamo Maestro. Come ho sempre chiamato Maestro Adriano Celentano”. Parola di Manu Chao, che – dopo averci suonato assieme – si è letteralmente innamorato del cantante più tamarro che il mondo del pop abbia sfornato negli ultimi anni. E lui, il Tonino in questione, che fa? Dopo il clamoroso, meritato successo del geniale “E’ un mondo difficile, vita intensa, felicità a tratti”, eccetera si è preso una pausa. Per tutto il tempo che gli serviva e anche di più. Del resto lui è un tipo furbo, un istrione capace di tenere il palco e di ipnotizzare il suo pubblico, uno che non ha certo voglia di ammazzarsi di fatica. E che tra una grappa e l’altra ha messo assieme dieci canzoni – il minimo indispensabile per fare un album – tra cui gli inediti sono solo sette. Poi ci sono le cover: tre brani “rubati” alla tradizione italiana degli anni Sessanta, tra cui (addirittura) il singolo di lancio dell’album, che è quella “Un ragazzo di strada” che cantarono i nostri Corvi nel 1966. E la bellissima “Storia d’amore”, di Celentano, che Tonino sognava da tanto tempo “di poter interpretare un giorno in pubblico”, e che cantata con accento spagnolo diventa più romantica di quanto non sia mai stata; e poi ancora “Sono tremendo”, che fu di Rocky Roberts.
Se il precedente album “Un mondo difficile” strizzava l’occhio alle sonorità anni Cinquanta, questo punta decisamente sul decennio successivo; restano, a far da trait d’union con il passato, i riferimenti all’area mediterranea per quello che riguarda i suoni e i ritmi. I testi stanno tra il divertito e lo scanzonato, e il nuovo slogan di Tonino è “Hey, fighetti: sono un poco di buono”; in una canzone (“Niños de papa” il nostro si mette addirittura a canticchiare “in giapponese con accento basco”. L’impressione generale ascoltando il disco è che si tratti di un lavoro senza troppe pretese ma comunque ben suonato, all’altezza delle aspettative, confezionato con attenzione e interpretato con quel pizzico d’irriverenza che non guasta mai. Un album credibile anche nelle sue virate “combat-folk” (“Amor sin tregua”), che porta una ventata di freschezza in un mondo sempre più stanco e asfittico. Dieci canzoni forse non sorprendenti ma sempre gradevoli, interpretate da un uomo che, almeno ci pare, a fare il suo mestiere ancora riesce a divertirsi e che - dote rara - sembra non prendersi troppo sul serio.

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