«GRANDI GIORNI - Garbo» la recensione di Rockol

Garbo - GRANDI GIORNI - la recensione

Recensione del 19 feb 1999

La recensione

Ok, diciamo subito la parola: anni ’80. Vi ricordate di lui? Era il nostro David Bowie, sarebbe diventato il nostro David Sylvian. Dandy, lunare, elettronico, estetico, pop, a tratti metallico, italiano con punti di riferimento situati altrove, Garbo ha seguito con coerenza la propria vocazione musicale pure quando questa si è avventurata verso lidi distanti dalle spiagge popolose del mainstream. La sua voce e una manciata di canzoni rimangono retaggio indelebile di quel periodo controverso, fatto di postpunk e djtelevision, di CCCP e Duran Duran, ‘fucilato alle spalle’ e poi rivalutato quasi acriticamente - nella sua parte più becera e poppy - dai party a tema per trentenni rincoglioniti, stempiati e brizzolati in carriera già nostalgici di professione. Per quell’immaginario popolare (che poi è l’unico che conta davvero) Garbo è e sarà per sempre quello di "A Berlino che ora è", e il suo percorso musicale successivo viene guardato con scetticismo e indifferenza come spesso succede ad alcune schegge impazzite della nostra musica leggera (Nada, Faust’O, Diaframma, ecc...). Eppure il suo lavoro, seppure lontano dai riflettori delle major, ha sempre risposto anzitutto all’esigenza di rappresentare il suo autore, coordinata essenziale di un progetto artistico. Non fa eccezione neppure questo "Grandi giorni", cavalcata quasi epica nelle magie e contraddizioni del presente con un paio di ripescaggi eccellenti dai dischi del passato, "Quanti anni hai?" e "Radioclima". Il suono è quello ripercorso di recente da gruppi come Bluvertigo, chitarre di metallo non metallo e voci e adenoidi che ricordano il Sylvian di "Merry Christmas Mr. Lawrence" , versatilità nell’approccio vocale e splendide canzoni ("Grandi giorni", "Troppe cose", "Sotto il cielo che ho", "Un tempo per noi") a dimostrazione di una creatività che non prende in considerazione fasi di stanca e della voglia di portare il proprio discorso musicale sempre un po’ più avanti di quanto prevedibile. A supervisionare la produzione ci sono Fred Ventura e Pier Paolo Peroni, braccio destro di Claudio Cecchetto nell’avventura degli 883 e non solo. E proprio della Cecchetto Productions è l’album, come dire un abbraccio tra protagonisti degli anni ’80 che sembravano vivere su sponde opposte (mentre in realtà la Radio Deejay in versione Cecchetto fu tra le prime emittenti a spingere i dischi di Garbo perché non suonavano come dei tipici prodotti italiani). Un lavoro onesto e fortemente contemporaneo, questo di Garbo, anche se vive il limite che impone al suo autore di realizzare in prima persona il suono che egli stesso aveva teorizzato anni fa. E che quindi - pur essendo in assoluto un titolo di merito - non sorprende chi ascolta come ciò che fanno band di vent’anni più giovani.

TRACKLIST

01. Grandi giorni
02. Meno uno/1999
03. In tutte le città
04. Un bacio
05. Troppe cose
06. Sotto il cielo che ho
09. Il soffio del gatto
10. Un tempo per noi
11. Fino alla fine
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