«HO UCCISO PARANOIA - Marlene Kuntz» la recensione di Rockol

Marlene Kuntz - HO UCCISO PARANOIA - la recensione

Recensione del 18 feb 1999

La recensione

«"Ho ucciso Paranoia" è eloquente.
Ma poiché il punto di vista generico e volgare fa sì che le paranoie abbondino e valgano meno che le ossessioni, l'ambigua presenza di disagi e sentimenti incomodi che onora di sé le canzoni mette in dubbio quella catartica certezza.
Stando così le cose il titolo o si riferisce a un tipo di sacrificio più impegnativo, o dichiara, per così dire, l'omicidio di un termine abusato: in ogni caso un'affascinante alternativa!
Due estati sono passate da quando abbiamo iniziato a comporre, due di cui una molto calda, ma le seduzioni del calore e dei colori mediterranei non hanno pizzicato le corde dei nostri cuori, che continuano a musicare emozioni più umbratili.
L'incanto della esplorazione nei dedali a spirale infinita dell'animo umano ha un suo poetico magnetismo e ogni nuovo viaggio è uno spingersi un po' più in là, spesso a ritroso nel tempo. Poi si torna, si racconta, in un testo, nella sua musica; e si offre in visione una serie di fotografie ancora palpitanti di stupore, o di ardore, o di amore, o; e ancora bisbiglianti l'eco di parole come nuove.
Le nostre canzoni sono l'istante liberato e rivissuto con la massima aderenza possibile. Non poco. E così per sempre».
Come per i CSI, anche per i Marlene Kuntz la nota d’accompagnamento al disco in un certo senso ne costituisce una parte tutt’altro che secondaria. Ragione per cui l’abbiamo riportata in calce. Terzo capitolo della discografia del gruppo piemontese (se si eccettua il minialbum "Come di sdegno", nato piuttosto come la colonna sonora di un homevideo), "Ho ucciso paranoia" è un titolo affaticato prima ancora che trionfante. Un raggio di sole illumina la scena in cui la vittima giace a terra e il carnefice in piedi, finalmente libero, ma stanco, esausto. I Marlene si confrontano per l’ennesima volta con la Bestia, ormai circoscritta, la uccidono anche, ma le canzoni suonano come un soundtrack post mortem piuttosto che come una celebrazione: «Come girano i colori ed i sapori nella vita vera? Qui per ora è nero come Angoscia e amaro come Fiele. E lì?», cantano Cristiano Godano e i Marlene in "Ineluttabile", tra i momenti migliori del disco insieme a "L’odio migliore", "L’abitudine", "Infinità" e "Questo e altro". All’interno del CD, i dipinti di Daniele Galliano inquadrano tramonti, crocefissi, corpi raggomitolati su un letto, i colori raccontano i paesaggi del disco. Non è un album facile, "Ho ucciso paranoia", faticoso, anzi. C’è una richiesta d’attenzione che non può essere elusa e che porta dritti nel mondo tutto mentale del gruppo, dove è difficile dissociare prodotto e processo creativo. I Marlene hanno una loro coerenza e una loro estetica, che è qualcosa di più di un semplice disagio: anche se Godano parla nelle interviste di ironia in diversi pezzi, lo slancio interpretativo regala un altro pathos, autenticamente sofferto. Un album che sarà amato dai fans del gruppo e che sulla carta dovrebbe ampliarne il potenziale, ma capirlo, per chi non è addentro a questo mondo, potrebbe risultare proibitivo.
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