«LIVE AT SIN-E' - LEGACY EDITION - Jeff Buckley» la recensione di Rockol

Jeff Buckley - LIVE AT SIN-E' - LEGACY EDITION - la recensione

Recensione del 10 ott 2003 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Se non abbiamo perso il conto, sono 5 i dischi postumi di Jeff Buckley, compreso questa “Legacy edition” di “Live at Sin – é”. A cui si va ad aggiunge la recente raccolta degli EP pubblicati (in vita) poco dopo la pubblicazione di “Grace”, unico album uscito durante la breve vita del figlio di Tim Buckley. Di questi 5 album, ben 4 sono dal vivo.
Una doverosa premessa per inserire questa pubblicazione nell’inevitabile fenomeno che contraddistingue le discografie di cantanti amati e scomparsi. Questo disco, insieme ai demo per il secondo album di studio “Sketches for my sweetheart the drunk”, è però probabilmente il più importante album della discografia post-mortem di Buckley. Ma, altrettanto probabilmente, attirerà meno attenzione dei precedenti, perché i dischi postumi dopo un po’ stufano o altrettanto inevitabilmente sanno un po’ di sfruttamento.
“Live at Sin – é” fu il primo Ep di Jeff Buckley: quattro brani pubblicati nel 1993, due originali e due cover fulminanti, registrati per voce e chitarra in un café newyorchese dove Jeff suonava regolarmente, e dove inizialmente si fece notare da pubblico e discografici. Fu un fulmine a ciel sereno, seguito da quella tempesta che fu appunto “Grace”. Dieci anni dopo, la madre Mary Guibert – che da sempre sovrintende la gestione del catalogo del figlio – pubblica in un doppio CD le registrazioni estratte dai concerti che la Columbia registrò per realizzare quell’EP. Registrazioni che parzialmente circolano da tempo tra i fan, e che da questi stessi erano ambite da sempre. Ecco spiegata l’importanza di questa pubblicazione.
Importanza che si giustifica ulteriormente, ascoltando le bellissime versioni secche ed essenziali di brani poi finiti in “Grace”, tra cui una “Lover, you should've come over” di quasi dieci minuti, e cover rimaste poi nei cassetti (altrettanto bello il trittico dilaniano: “Just like a woman”, “If you see her, say hello” e “I shall be released”, ma notevoli anche le riletture di “Night flight” dei Led Zeppelin, o di “Sweet thing” di Van Morrison). Un dualismo che ci ricorda perché Jeff era un grande: egregio autore, ma ancora più grande interprete di canzoni altrui (sentire “Hallelujah” di Leonard Cohen, qua presente e poi momento più alto di “Grace”, fa sempre venire i brividi). Insomma, qua trovate Jeff Buckley al suo massimo splendore, capace di incantare con una voce da brividi sostenuta da una sola chitarra.
Un plauso anche alla bella confezione, ricca di note e che include pure un DVD con le riprese di 3 brani e una videointervista. Una sola cosa rischia di rovinare tutto questo ben di Dio: i numerosi frammenti di monologhi tra una canzone e l’altra. Monologhi anche divertenti, che hanno un alto valore documentaristico e rendono perfettamente l’atmosfera dei “Café days”, ma alla lunga appesantiscono l’ascolto, costringendo ad uno “skip” continuo (o a crearsi una versione “edit” dei CD che ne sia priva…) . Che sia una leggerezza o una scelta voluta (ma non ponderata fino in fondo)? In ogni caso, questo disco è un must per i fan di Buckley, ma non solo. Chiudiamo con un interrogativo retorico: quale sarà la prossima pubblicazione postuma? Riuscirà ad eguagliare il valore di questo “Live at Sin – è”?

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