«THE RANDY NEWMAN SONGBOOK, VOL 1 - Randy Newman» la recensione di Rockol

Randy Newman - THE RANDY NEWMAN SONGBOOK, VOL 1 - la recensione

Recensione del 09 ott 2003 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Che Randy Newman sia uno dei più grandi autori che la musica americana ci ha regalato nel dopoguerra è indiscutibile. Altrettanto certo è che la sua fama è nettamente inferiore alla sua bravura, in America come in Europa. Merito (o colpa) di un atteggiamento schivo e riservato. Newman, in fin dei conti è uno che fa musica quando e come gli pare, ed evidentemente si diverte di più a firmare colonne sonore (arte nella quale è un vero maestro, come provano le numerose nomination agli Oscar) che non a fare dischi di canzoni.
Tant’è che il suo ultimo album di inediti è – e rimane – “Bad love” del 1999. Si, perché questo “Songbook Vol. 1”, primo frutto del nuovo contratto con la Nonesuch, è una sorta di raccolta sui generis: le canzoni del canzoniere del grande cantautore reintepretate per piano e voce.
In una recente intervista Newman si è quasi giustificato spiegando che questa non è stata una sua idea, ma una precisa richiesta della sua nuova etichetta. Alla quale, alla fine, Newman si è adeguato volentieri, perché così queste canzoni vengono suonate dal vivo. Chi scrive ha avuto la fortuna di vedere un concerto di Newman, qualche anno fa in Svizzera; e vi può garantire che è incredibile come un uomo con un piano riesca ad intrattenere una platea in quel modo, facendo ridere, facendo venire i brividi per la bellezza delle canzoni e la passione dell’interpretazione.
Seppure l’intento di questo disco sia analogo, il risultato è ben diverso. Non c’è, ovviamente, la stessa possibilità di partecipazione di un concerto. C’è invece l'opera di un grande autore, messa a nudo da tutte le influenze che rielaborate nella trentennale carriera di dischi di studio: ovvero la canzone popolare, il vaudeville, la ballata, il rock, il jazz. Emerge così con tutta la sua forza una capacità incredibile di scrivere canzoni in maniera fulminante, passando da un registro intimista ad un’ironia che spesso in America si sognano. Sentite il trattamento che Newman riserva alla “sua” “You can leave your hat on” (alzi la mano chi pensava ancore che fosse di Joe Cocker…): e sentirete una canzone spogliata da ogni orpello pseudo-erotico e riportata ad una forma ben più sarcastica.
A voler essere pignoli, questa raccolta ha due difetti. Il primo è insito nell’operazione: ovvero, alla lunga l’accoppiata piano/voce rischia di stancare un po’ se privata della presenza scenica di Newman. Il secondo è altrettanto inevitabile: l’assenza in scaletta di alcuni classici (due su tutti: “Baltimore” e “Short people”). Ma la denominazione “Vol. 1” lascia presagire un seguito… che speriamo arrivi presto, magari preceduto o seguito da un nuovo disco di inediti.

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