«STREETCORE - Joe Strummer» la recensione di Rockol

Joe Strummer - STREETCORE - la recensione

Recensione del 06 ott 2003 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Non è facile recensire dischi postumi. Quest’attacco non sembri una giustificazione, anzi. Il problema è semmai un altro: la sensazione che questa infausta evenienza capiti un po’ troppo spesso. Circa un mese fa ci si è trovati a parlare del disco di Warren Zevon, che non era un disco postumo, ma forse un’eventualità ancora peggiore: un disco concepito dal suo autore sapendo che sarebbe stato l’ultimo. Zevon è morto pochi giorni dopo la pubblicazione.
Joe Strummer, invece ci ha lasciati lo scorso dicembre. Era giovane, più di Zevon: aveva 50 anni (il cantautore americano 56). Ma lui è scomparso improvvisamente, per un attacco cardiaco. Il disco a cui stava lavorando, questo “Streetcore“, esce a 10 mesi di distanza. Strummer, al momento della sua morte, ci stava ancora lavorando. Il disco è stato così completato completato dai suoi Mescaleros, sotto la produzione dal chitarrista Martin Slattery.
Il problema è, a bene vedere, sempre lo stesso: come separare le emozioni dal giudizio, ascoltando una musica che ha alle spalle un così tragico evento? Il punto che spinge ulteriormente ad accomunare Zevon e Strummer è che il disco che ci hanno lasciato è indiscutibilmente una delle loro migliori opere. Proviamo quindi a sgomberare il campo dalle emozioni, e tentiamo di spiegare perché: nella sua carriera solista – discontinua ma sempre dignitosa – Strummer aveva faticato a replicare i picchi raggiunti con i Clash. Ma in “Streetcore” suona passionale e presente come ai tempi migliori. C’è tutto quello che ci ha fatto amare questo musicista, in “Streetcore”. La rabbia e il rock ‘n’ roll, l’ironia e il sarcasmo – perché no? – la dolcezza. Sentite l’attacco di “Coma girl” e “All in a day” per il rock ‘n’ roll, la stupenda cover di “Redemption song” per la rabbia, “Get down Moses” per l’ironia, e la ballata “Ramshackle day parade” per la dolcezza.
In sostanza, “Streetcore” ha il non trascurabile effetto collaterale di far montare la rabbia per avere perso un grande così presto. Strummer era in netta ripresa: se pensate alla “progressione” dei suo tre dischi solisti recenti, da “Rock art and X-Ray stile”, passando per il bello “Global a go-go” per arrivare a questo “Streetcore” ne avete un’idea. Grande merito va sicuramente ai Mescaleros, che erano diventati la nuova “casa” musicale stabile di Strummer, e che hanno terminato questo disco in maniera essenziale, sobria (tranne forse per “Midnight jam”: un collage di “parlati” campionati dal programma radiofonico che Strummer teneva per la BBC World Service su una buona base musicale: l'idea è discutibile; il risultato, però, è piacevole e comunque molto rispettoso nei confronti di Joe).
Tutto questo, per chiudere la parte “critica” e ritornare a quella emozionale: ci mancherai Joe, ascoltando questo disco ci mancherai un po’ di meno e un po’ di più.

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