«WANT ONE - Rufus Wainwright» la recensione di Rockol

Rufus Wainwright - WANT ONE - la recensione

Recensione del 03 ott 2003 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Tradizione e modernità sono i poli entro i quali si muovono molti giovani talenti della scena contemporanea. Il modello più diffuso è quello battuto da gente come David Gray o Beth Orton: canzone cantautorale “classica” rivisitata con l’elettronica.
Anche Rufus Wainwright si muove tra questi due poli, con un approccio però totalmente diverso e, per certi versi, molto più affascinante. Wainwright è quello che si dice “figlio d’arte”: i suo genitori sono due leggende della musica d’autore del Nord America: il cantautore Loudon Wainwright III e la cantante folk Kate McGarrigle (McGarrigle Sisters). Dalla musica dei genitori, però, Wainwright si è presto distaccato, per muoversi verso altri territori. Che sono quelli della canzone popolare americana, il “Great american songbook” reso immortale dalle interpretazioni dei crooner degli anni ’40-’50. Questo giovane artista canadese non si è messo, però a reinterpretare i classici di Cole Porter, Gershwin e compagnia. Ne ha ripreso la forma canzone, l’attenzione alla melodia, all’arrangiamento. E ha attualizzato il tutto, con strumentazione e sensibilità contemporanea, tanto che anche Nick Hornby ne ha tessuto le lodi nel recente “31 canzoni” (Guanda).
Il risultato, che questo suo terzo album “Want one” rappresenta alla perfezione, è uno strano ma affascinante ibrido. Immaginatevi canzoni d’altri tempi cantate con una voce alla Radiohead, e avrete un’idea del tutto. Per “Want one” – che sarà seguito da “Want two” nel 2004, un secondo volume estratto dalle stesse sessioni di registrazione – Wainwright si è avvalso della collaborazione di Marius deVries, già collaboratore di Bjork. E si sente: ascoltatevi quel capolavoro che risponde al nome di “Oh what a world”, che mischia una bellissima melodia alla Beach Boys a una strumentazione a metà tra l’avanguardia, la melodia “classica”, il "pastiche" (bellissima la citazione del “Bolero” di Ravel), con un testo ironicamente decadente (“Uomini eterosessuali che leggono riviste di moda/oh in che mondo viviamo/perché sono sempre su un aereo o su treno/ o che mondo mi hanno lasciato i mie genitori”). Le 14 canzoni di “Want one” continuano su questo sentiero. Forse non sempre raggiungono le vette di questa traccia iniziale, ma le atmosfere di “11:11” o “Vicious world” non si dimenticano facilmente, anzi ti fanno venire la voglia di rimettere il disco dall’inizio e cercare di capire come fa questo ragazzo a suonare contemporaneamente così attuale e inattuale. E’ un mistero piacevole da affrontare, questo “Want one”.

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