«ON THE BEACH - Neil Young» la recensione di Rockol

Neil Young - ON THE BEACH - la recensione

Recensione del 25 ago 2003 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Ci sono dischi che rappresentano il rock in maniera esemplare. Non (sol)tanto per la musica, ma per la passione da cui nascono e che generano nel corso degli anni. “On the beach” di Neil Young appartiene a questa categoria; forse ne è il capofila, addirittura.
A quasi vent’anni dalla pubblicazione del 1974, “On the beach” viene finalmente stampato oggi per la prima volta su CD, insieme ad altri tre dischi mai pubblicati: “American stars’n’bars” (1977) e “Hawks & doves” (1980) e “Re-ac-tor” (1981); Anche “America stars’n’bars” (1977) e “Hawks & doves” (1980) sono state considerate delle “gemme perdute”, ma del quartetto “On the beach” è sicuramente la punta di diamante.
La storia di questo disco è infatti una perfetta metafora delle (belle) nevrosi degli artisti e del pubblico rock. Young lo concepisce in uno dei periodi più duri della sua carriera: dopo “Tonight’st the night”, che era la sua reazione alla morte del chitarrista dei Crazy Horse Danny Whitten, seguita dopo pochi mesi da quella del roadie Bruce Berry. “Tonight’s the night”, però, viene rifiutato dalla casa discografica (verrà pubblicato solo nel 1975) e Young torna in studio e incide questo “On the beach”. Un disco duro e grezzo, che alterna momenti di cupa disperazione (non così cupa come quella di “Tonight”, però) ai primi lampi di speranza. Prendete la conclusiva – e bellissima – ballata “Ambulance blues”. “Ai tempi del folk l’aria era magica quando suonavamo”, canta Young ricordando il successo di “Harvest”; poi: “Credo di doverla chiamare nostalgia per ciò che andato/Ed è difficile dire il significato di questa canzone/ Un’ambulanza può andare solo così veloce/ ed è facile farsi seppellire dal passato/ quando cerchi di far durare qualcosa di bello”. Young inizia a vedere la via d’uscita dal tunnel da uno dei periodi più bui della sua carriera. Almeno psicologicamente, perché la musica di questo periodo è tra le sue migliori di sempre: in bilico tra il rock chitarristico e il folk, le canzoni di “On the beach” (così come quelle di “Tonight’s the night” e del successivo “Zuma”) esplorano in profondità le diversi anime dell’artista come pochi altri album nella sua quarantennale carriera.
Young, però, rinnegherà questo album, forse per quello che rappresenta nella sua storia. Negli anni ’80 l’industria discografica darà il via alla “ristampa selvaggia” innescata dalla conversione dei cataloghi in CD. Ma Young deciderà di non ripubblicarlo, insieme agli altri tre dischi già citati. Verranno stampati nel nuovo formato dischi ben più scadenti del catalogo dell’artista canadese, ma questo no.
Dove finisce la nevrosi dell’artista inizia quella del pubblico: chi ha una copia del disco se la tiene stretta, chi non ce l’ha, inizia la caccia. Iniziano a circolare copie pirata su CD, frutto di conversioni “artigianali”. Negli ultimi anni, grazie ai sistemi di file sharing alla Napster era facile trovarsi le canzoni in Mp3, e crearsi il proprio CD. Ma, tra i fan, l’attesa per la pubblicazione in CD di questo disco non è mai scemata.
Non è lecito sapere cosa abbia spinto Young a tenere fermo così a lungo questo CD – forse l’ avversione al suono digitale, a cui ha sempre apertamente dichiarato di preferire il calore del vinile. Così come non è lecito sapere cosa gli faccia tenere fermi i tanti attesi “archives” di materiali inediti, di cui da anni si favoleggia la pubblicazione in un box. Qualunque sia il motivo, Neil Young è un grande anche per queste sue manie da artista, e finché la sua nevrosi darà vita a dischi come “On the beach”, il suo pubblico lo seguirà pazientemente, anche aspettando pazientemente 20 anni, quando sarà il caso.

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