«ABOUT TIME - Steve Winwood» la recensione di Rockol

Steve Winwood - ABOUT TIME - la recensione

Recensione del 19 ago 2003

La recensione

Back to the roots, ritorno alle radici. Sembra l’imperativo del rock del Duemila: i White Stripes che usano strumenti rigorosamente vintage, Phil Spector che torna in sala di registrazione (prima del noto episodio di cronaca nera), John Mellencamp che incide un disco di musica tradizionale americana, Scorsese che produce una serie di film sul blues. E Steve Winwood, enfant prodige a 15 anni con lo Spencer Davis Group, sovrano dei Traffic nella stagione d’oro del progressive rock e del folk revival, si mette a guardare indietro pure lui: dopo uno stanco rosario di dischi patinati, perfettini e senz’anima, non fosse per la sua splendida voce, tuttora quasi intatta, da “negro bianco”. Una voce che, lo si capisce bene ascoltando “About time”, ha ancora tanti ed illustri epigoni, di qua e di là dell’Atlantico, da Paul Weller a David Hidalgo dei Los Lobos. C’è, nelle sue corde vocali, una tonalità acuta ed asprigna, tipicamente inglese; magicamente bilanciata, però, dai colori ambrati e caldi del soul. L’altro segno particolare sulla sua carta d’identità,l’organo Hammond, torna di prepotenza in questo album registrato a ranghi ridotti, come ai vecchi tempi: senza Pro Tools, sequencer e sintetizzatori a verniciare di plastica e algido perfezionismo il tutto. Winwood si concentra su voce e tastiera, lascia le chitarre al bravo Jose Pires de Almeida Neto (brasiliano, vecchio collaboratore di Airto Moreira e Flora Purim) e affida al solo batterista cubano/portoricano Walfredo Reyes Jr., altro session man di vaglia, il compito di sostenere la sezione ritmica (niente basso…). Back to the roots, appunto: che per Winwood significa sudore rhythm and blues, chitarre rock psichedeliche e percussionismo afrocubano (la copertina e certi assoli di sei corde ricordano l’ultimo Santana, è vero: ma Winwood e i Traffic hanno frequentato Africa e America latina almeno dai tempi di “Welcome to the canteen”, del percussionista Reebop e del bassista Rosko Gee).
“About time” è un disco caldo, estivo, rigoglioso, che traspira funk e grooves: a cominciare dall’ottima, ipnotica soul cover di “Why can’t we live together”, inno alla fratellanza e all’integrazione razziale che nel 1972 proiettò a fama mondiale il suo autore Timmy Thomas (la nota insistente di organo che lo caratterizza è sempre lì, anche se nella versione originale Thomas suonava un modello più “lo-fi” di tastiera, un Lowery accompagnato soltanto da una rudimentale drum machine). Aromi tropicali e zingareschi, un po’ Latin rock anni ’70 un po’ Gipsy Kings, si diffondono fra le trame ariose di “Cigano” e “Domingo morning”, mentre c’è il ritmo in levare della Giamaica a far muovere i fianchi di “Take it to the final hour”. “Bully” e “Phoenix rising” sono pura “footstompin’ music” che fa battere il piede e ciondolare la testa, tagliata da affilate rasoiate d’organo la prima, abbellita da orpelli flautistici in stile Traffic la seconda (vi provvede Karl Denson, nome familiare del nuovo circuito live americano col suo combo Tiny Universe, anche al sax in un paio di occasioni). Sono pezzi sagomati e concisi, a dispetto di una durata che si espande ben oltre i canonici tre/quattro minuti della pop song, per dar respiro agli strumenti e lasciar modo al feeling di crescere lento e graduale (e si capisce bene perché, con questo disco e il nuovo tour di concerti, Winwood si sia infilato facilmente nella scia della scena jam band americana, pronta a riconoscerlo come padrino putativo). Fin dalla introduzione saltellante di “Different light”, chitarrina alla Chic e cantato soul jazz stile vecchia Swingin’ London, è chiaro che questo è un disco di umore “up”, e titoli e testi sono tutto un florilegio di luci, albe, rinascite dalle ceneri, cammini da riprendere, orizzonti: proprio “Horizon” è una delle rare ballate a passo rallentato, utile a tirare il fiato. Manca il pezzo forte, ha già scritto qualcuno, in una proposta omogenea attenta più al sound e al ritmo che alla qualità melodica. Ma gli suggeriamo di ascoltare meglio il pezzo conclusivo, “Silvia”: un tour de force di oltre undici minuti registrato in presa diretta, infarcito di crescendo e assoli che si accendono per combustione spontanea. Non sarà “The low spark of high heeled boys”, e magari neanche “Dream Gerrard” (da “When the eagle flies”). Però…
(Alfredo Marziano)
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